Addio al soldato “Rocky”, liberò Reggio Emilia il 24 aprile e nove anni fa ci ritornò
Il veterano Roque Riojas è morto a 97 anni a Kansas City: «Ti ricordiamo nel 2011 a ballare fino all’alba al Fuori Orario»
È morto a Kansas City, a 97 anni, il soldato Roque “Rocky” Riojas, della 34esima Divisione “Red Bull” degli Stati Uniti d’America. Rocky liberò prima Bologna, il 21 aprile 1945, e in seguito Reggio Emilia il 24 aprile 1945. Sessantasei anni dopo, nel 2011, tornò nella nostra città (e anche a Bologna). Parlò anche dal palco del 25 aprile 2011, in piazza Martiri del 7 Luglio, e in diversi eventi pubblici in provincia di Reggio oltre che a Bologna il 21 aprile. Ecco un ricordo del soldato Riojas. Di seguito il ricordo di Valentina Ruozi e Matteo Incerti.
"Arrivederci Amigo!
18 aprile 2011, aeroporto di Fiumicino. La porta degli arrivi internazionali si apre. Un uomo piccolino con baffetti bianchi, bomber rosso della 34esima Divisione degli Stati Uniti, cappellino da baseball e un sorriso bellissimo porta due enormi valigie. Ha 88 anni ma ne dimostra trenta di meno e si presenta con una fidanzata di trent’anni più giovane. Si chiama Roque “Rocky” Riojas, ha un profilo facebook e per la prima volta ritorna in Italia dopo averla risalita da Salerno alla Pianura Padana nell’inferno della seconda guerra mondiale.
Poche ore dopo quel piccolo uomo è sulla porta dell’abbazia di Montecassino che piange e batte i pugni su un enorme portone con la scritta “Pax”. Piange per gli amici caduti. Piange e ricorda quando venne ferito proprio lì. Come piangerà ancora nel cimitero di Nettuno di fronte alle croci bianche di altri amici caduti da Salerno ad Anzio, a Monte Pantano e sul Fiume Rapido. Piange e cerca la croce di un soldato: il tenente Ed Lapointe. Quello che sessantasei anni prima gli salvò la vita.
21 Aprile, pochi giorni dopo. Una jeep militare di un gruppo di rievocatori storici entra nella piazza delle Due torri di Bologna e quel signore piccolino, in uniforme sfoggia un bellissimo sorriso. La piazza è gremita, tutti guardano questo simpatico signore di Kansas City, dai tratti latinos, di quelli che nascondono origini del soleggiato Messico. È ancora lì: capelli bianchi, postura retta, occhi dolci e fieri.
Questo momento non lo dimenticheremo mai fino a che avremo respiro. Era uno dei giorni più importanti della nostra vita, la prima presentazione de “Il Bracciale di Sterline” il nostro primo libro e Rocky, uno dei protagonisti, era lì a raccontare la sua storia.
Bologna l’ultima volta l’aveva vista proprio il 21 aprile del 1945. Nel giorno della sua Liberazione. Sì perché lui era lì sessantasei anni prima. Proprio sotto quelle Due Torri. Lui era su quelle spiagge mentre gli alleati sbarcavano prima a Salerno e poi ad Anzio, mentre Montecassino veniva rasa al suolo e c’era durante tutta la risalita degli Alleati lungo lo stivale. C’era nell’inverno, nel fango e nel gelo della Linea Gotica, c’era a Reggio Emilia il 24 aprile 1945, quando la 34esima Divisione entrò in città e poi qualche giorno dopo a Parma. C’era a Brescia quando le truppe tedesche si arresero alla sua divisione e lui venne decorato. E in tutti quei posti volle tornare.
Appena arrivato a Porta San Pietro si ricordò i suoi bastioni, le gabelle e l’ingresso delle sue truppe della sua 34esima Divisione che giungevano dalla via Emilia. Parlò dal palco del 25 aprile in piazza Martiri 7 Luglio e girando lo sguardo si ricordò di quell’immenso e maestoso teatro. Era uno di quelli che donava cioccolata ai bambini, gomme da masticare e scatolette di carne, come ci raccontavano i nostri nonni. Uno spirito da ragazzo che, vi garantiamo, non lo ha mai abbandonato.
Ricordiamo il suo essere gioviale, spiritoso, sempre allegro, curioso, con quegli occhi limpidi e dolci, quei modi gentili di chi dalla vita ha sempre preso il buono e lo ha sempre dispensato al mondo, nonostante tutte le difficoltà e gli orrori che aveva vissuto.
Dopo sessantasei anni Rocky era ancora lì. Non più a donare cioccolata, gomme e scatolette di carne, ma autografi su quel libro che raccontava anche la sua storia. Quella di un soldato semplice diventato eroe e decorato con la Purple Hearth e una Medaglia di Bronzo al valore per il suoi 666 giorni nell’inferno della seconda guerra mondiale.
Era lì. A parlare ad Albinea, Castelnovo Monti, a tuffarsi con la faccia in una torta in suo onore come fece a Vado nel Bolognese che lo vide protagonista dell’inferno della Linea Gotica, era lì a sorridere a tutti, a piangere raccontando la guerra. Era a Verona a guidare su una jeep la colonna della rievocazione della “Colonna della Libertà” e sentirsi un eroe tra migliaia di persone che lo applaudivano e salire come un ragazzino su un carro armato e insegnare a tutti come si scendeva senza farsi male.
Era lì a tornare in quei posti che lo avevano visto protagonista, nel dramma della guerra e nella gioia della Liberazione. Come quando volle rivedere Venezia e piazza San Marco, dove per celebrare la fine del conflitto, arrivato in gondola si prese una sbronza colossale terminata con qualche ragazza in una delle calli della Serenissima… Già perché di foto con ragazze italiane nell’album di guerra di Rocky ne sbucarono parecchie. Almeno quattro. Rocky sorrideva e ricordava a tutti quanto siamo stati fortunati ad avere vissuto la nostra gioventù in tempi di pace, a poter ballare, amare, scherzare, vivere, avere un pasto caldo.
Lo fece una sera al circolo Fuori Orario di Gattatico davanti a centinaia di giovani insieme ai Modena City Ramblers, con i quali poi, alla faccia dei suoi anni cantò “Bella Ciao” e ballò fino alle due di notte.
Pochi hanno il privilegio, durante una vita intera, di incontrare eroi in carne ed ossa, persone così piene, così ricche di vita e di memorie, da poter ispirare l’intera esistenza di chi ne ascolti la storia. Insieme abbiamo avuto il privilegio di averne incontrati tanti e di avere addirittura potuto raccontare le loro storie. La loro vita ce la portiamo addosso, come un tatuaggio, così come i loro insegnamenti.
Rocky e i tanti eroi di queste storie ci tornano in mente nei momenti più critici, ci prendono per mano, ci fanno compagnia, ci danno coraggio, ci rendono impavidi e a volte, ci fanno anche sorridere. E credeteci, in venti giorni in Italia di risate con “il soldato Rocky” ce ne siamo fatte un mondo. Con loro abbiamo vissuto tante vite, e ogni volta salutarli è come chiudere anche un porticina della nostra vita.
Ma si sa, nessuna vita è mai finita fino a che continua negli occhi di qualcun altro.
Grazie Rocky per essere tornato in Italia nove anni fa, per essere tornato ragazzo, per avere vissuto tutto, di nuovo, grazie per non avere avuto paura a rivedere quei luoghi, grazie per avere ispirato la nostra vita e quella di tante altre persone che, da allora al futuro, ti leggeranno e conosceranno la tua storia. Ti immaginiamo su un palcoscenico, ballando un motivetto allegro e scanzonato come avevi fatto quella volta con i Modena City Ramblers, con la tua immancabile divisa e capellino da baseball e il tuo infallibile e beffardo sorriso. Ti immaginiamo cercare e prenderti i baci di tutte le ragazze presenti e rigorosamente abbracciarle. Perché solo uno come te, già due volte vedovo e con quattro matrimoni alle spalle, poteva presentarsi in Italia sulla soglia dei novantanni con una fidanzata di trent’anni più giovane.
Te ne sei andato come meritano gli uomini giusti. Il 6 aprile. Nel sonno, nella casa di cura per veterani che era la tua dimora da quando qualche anno fa solo un ictus aveva fermato la tua energia. Ti aveva rallentato ma non ti aveva fermato. Perché tu eri e sarai sempre Rocky. Ti sei addormentato a novantasette anni. Per fortuna senza soffrire di questo terribile virus. Non ti dimenticheremo. Non ti dimenticheranno mai tutti coloro che hanno incrociato il tuo sorriso e conosciuto la tua Storia. Grazie per averci donato la Libertà. Grazie di tutto e arrivederci Amigo!"
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