Coronavirus, nelle case dei reggiani una Pasqua di Resistenza: la povertà è anche quella degli affetti
Una festa pensando a tempi che sembrano lontanissimi
REGGIO EMILIA. Erano solo racconti. Erano solo film. Finché è rimasta in vita la generazione di coloro che la guerra l’hanno fatta o vissuta da adulti, quelli che sono venuti dopo hanno sentito con le proprie orecchie la narrazione di Natali e di Pasque passati in povertà assoluta, di angoscia per chi era lontano e sempre in pericolo di vita, di terrore per le bombe, per qualche squadraccia fascista. Ma neanche nei giorni terribili della guerra i reggiani rinunciavano a fare festa. Era un modo per rimanere ancorati a quella cosa meravigliosa che è la normalità.
Nella ormai quasi totale mancanza di quella generazione, ci sono rimasti i libri, tante meravigliose pellicole, tanta buona televisione a darci testimonianza di come il giorno di festa, anche nella sua piccolezza, dovesse essere rispettato.
Ci fossero in tavola una zuppa di verdura o quattro fagioli, Natale era Natale e Pasqua era Pasqua. Lo esprime bene uno dei personaggi del film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani, che nel 1944, durante il passaggio del fronte della guerra in Toscana, vuole a tutti i costi festeggiare “la sua figliola disgraziata” spezzando una pagnotta di pane bianco. Quando la povertà si trasforma in dignità.
Nei mesi terribili della guerra, le file davanti ai negozi erano giustificate dalla penuria di alimenti, dalla paura (concreta) di tornare a casa senza niente da mettere nel piatto. Adesso le file ci sono ancora, e i negozi sono pieni di roba.
Anche questo è un modo per continuare a cercare di non perdere per strada la normalità. Ieri, vigilia di Pasqua, chi aveva una valida ragione per muoversi in macchina ha visto di persona una realtà positiva: tanta gente che se ne stava ordinatamente in attesa, a debita distanza, davanti al fornaio o al macellaio. Mascherina indossata, borsa portata da casa. Il pranzo di questa Pasqua 2020 non dev’essere, nei limiti del possibile, meno bello e meno buono di quelli di un tempo che sembra lontanissimo.
Erano solo racconti, adesso sono realtà.
Negli ultimi due mesi le notizie positive sono state poche, anzi non ce ne sono state in assoluto. È preoccupato chi continua a lavorare, perché teme per la propria salute; è preoccupato chi non lavora, perché non sa cosa lo attende dopo; è preoccupato chi ha un’attività in proprio, perché vede diminuire giorno dopo giorno le proprie risorse; è disperato chi ama una persona che abita lontano, e non sa quando la rivedrà. Il non avere morti o malati gravi in famiglia o fra gli amici, ciò che prima era “banale normalità”, adesso è l’unica vera buona notizia.
Questa è la povertà del tempo del virus assassino. La povertà di affetti, di abbracci. È durissimo passare una Pasqua non avendo vicine tutte le persone che ami, è brutto rinunciare a quelle grandi riunioni per le quali dovevi mettere la prolunga alla tavola, è triste rinunciare al banchetto nel ristorante della montagna o sul fiume, che era diventato tradizione.
Ci si deve arrangiare come si può; ma non c’è videochiamata al mondo che possa sostituire il suono del campanello che ti dice che i nonni sono arrivati; così come non c’è lezione on line capace davvero di sostituire la bellezza dell’andare a scuola.
Sperando che il virus non ci porti via oltre agli affetti anche quel poco di benessere che noi di oggi dobbiamo ai reggiani che non ci sono più, un’altra piccola notizia positiva forse la possiamo trovare proprio in quelle file davanti ai negozi. Reggio e i reggiani non si sono arresi; è Pasqua e noi la vogliamo festeggiare, a tutti i costi.
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