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Il Covid è entrato in casa senza chiedere permesso e da quel preciso istante ha distrutto ogni certezza

LIA TONELLI
Il Covid è entrato in casa senza chiedere permesso e da quel preciso istante ha distrutto ogni certezza

Lia Tonelli, 22 anni, fino a un mese fa pensava «non capiterà a me» poi in un giorno ha perso la nonna e scoperto la positività della mamma 

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LA TESTIMONIANZA

LIA TONELLI

Cari giovani, Quando impareremo? Quando impareremo il valore della vita e il rispetto per il prossimo? Quando impareremo a misurare le nostre azioni in base al bene comune? Ho 22 anni e come tutti voi fino ad un mese fa pensavo di essere infallibile, che tanto «non capiterà mai a me».

E invece è capitato. Siamo stati abituati fin da piccoli a vedere il vero dolore solo in televisione rimanendone a volte indifferenti e non per colpa nostra, ma perché eravamo nati dalla parte «giusta» del mondo dove bene o male non ci mancava nulla.

Ora tutti i muri sono crollati. Ci sentiamo tutti spaventati davanti a qualcosa di sconosciuto. Il Covid-19 è entrato dalla porta di casa mia, senza bussare, senza chiedere il permesso. È entrato e ha distrutto tutte le certezze, tutto l’ottimismo e tutta l’ingenuità che avevo. A fine febbraio facevo discorsi di cui ora mi vergogno pensando che tanto «era meglio prenderlo per togliersi il pensiero» e tornare così il prima possibile alle nostre normali vite. Di normale, se ci guardiamo intorno, è rimasto ben poco. Vedere la mia città deserta, i luoghi prima gremiti di giovani chiusi, le chiese alla domenica abbandonate, i supermercati con le file per entrare e con metà scaffali vuoti mi distrugge.

Mi uccidono le immagini che sono passate ai vari telegiornali delle numerose terapie intensive al collasso, dei camion a Bergamo che attraversano la strada pieni di salme in un silenzio spettrale, del Papa da solo al centro di una Piazza San Pietro senza anima viva e i numeri... quanto mi spaventano i numeri.

Ogni sera con i miei genitori guardavo il bollettino e pensavo «non è possibile, tutta questa gente che muore, che soffre... come si fa? Come si fa solo a capire cosa stanno provando queste persone?».

Ora i bollettini non li guardo più. Non riesco più a starmene sul divano e scorrere semplicemente con gli occhi una serie di statistiche perché ora la mia famiglia è diventata un numero di quell’elenco.

Non si capisce il vero valore del tempo fino al momento in cui ti accorgi di non averne. Non pensavo che le ultime parole rivolte a mia nonna potessero essere dette da dietro una mascherina e che il nostro ultimo abbraccio risalisse a un mese prima della sua morte. Il virus è rapido, non perde tempo. Se si manifesta in modo violento hai poco a cui pensare. Ti puoi affidare alla fortuna o, a chi crede, a Dio. Sì è vero, in tanti stanno guarendo, ma in altrettanti stanno morendo. Chi sceglie chi va avanti e chi no? Dove sta il giusto e lo sbagliato? Si parla di selezione naturale, eppure sono sempre di più i giovani in salute gravi che invece dovrebbero essere i primi della lista ad andare avanti. Il dolore è quello di sapere i propri cari soli, inermi, senza poter far vedere loro il vostro amore. Si sta sul divano, ad aspettare una telefonata per ore solo per sapere in che reparto si trova il malato, poi inizia l’incubo delle ore successive. Una telefonata che deve arrivare sempre nella stessa fascia oraria perché il contrario significherebbe che qualcosa non sta andando bene.

Personalmente non ho parole per descrivere l’umanità dei medici che abbiamo conosciuto, seppur solo telefonicamente, durante questo calvario. Accarezzano chi ami ancora prima che tu lo chieda e nel momento più doloroso ti chiedono quasi in lacrime al telefono se volete che dicano una preghiera mentre ti assicurano che chi è sul letto d’ospedale non sta soffrendo, non sta sentendo nulla. Fidatevi quando dico che il decesso non è la parte più dura da affrontare.

Immaginate di ritrovarvi in quarantena perché venuti a stretto contatto con un positivo accertato, dopodiché immaginatevi di ritrovarvi all’interno della vostra stessa famiglia un sospetto di positività, il tutto poche ore prima che vi arrivi la notizia della morte di chi sperate stia combattendo con successo la sfida per la vita in ospedale.

Dividi la casa in modo che tu non venga a contatto con il presunto positivo e ringrazi il cielo di avere una casa grande che ti permette di poterlo fare. Il telefono squilla, apprendete la notizia e annegate nelle vostre stesse lacrime, ma non vi potete abbracciare. Mia madre aveva perso sua madre ed era costretta a stare in una stanza da sola a piangere e tu non potevi nemmeno entrare per abbracciarla. Ti rendi conto solo nei successivi minuti che non potrai uscire di casa, che non potrai dare un ultimo saluto a chi hai tanto amato e che non potrai partecipare al funerale. Ti immagini una bara, ma è difficile collocare al suo interno chi si ama solo con l’immaginazione. Vorresti condividere il tuo dolore, ma non puoi uscire, non puoi vedere amici e parenti. Sei da solo.

Le poche telefonate fatte sono di silenzi e di sfoghi, di confessioni in cui si ammette di volere solo un abbraccio e di lacrime anche dall’altra parte del telefono di chi si sente a sua volta impotente. I giorni passano ma tu rimani in un limbo temporale che non vede fine, dove non stai ancora realizzando cosa è accaduto perché sei troppo impegnato a preoccuparti della salute di chi è in casa con te e della tua. Non lo nego, dopo che ho visto cosa può essere, ho il terrore. Tutti siamo terrorizzati.

Ero paralizzata quando ho visto il carro funebre di mia nonna passare davanti a casa nostra ed ero impotente davanti al dolore di mia madre, che guardando dalla sua finestra la stessa scena, ha realizzato davvero cosa fosse accaduto solo in quel preciso momento. Non si capisce cosa comporti questa situazione finché non la si prova sulla propria pelle.

Altre migliaia di storie uguali, se non più dolorose, costellano tutto il territorio italiano facendoci sentire tutti piccoli e impotenti. L’Ausl ci mette giorni solo per darti il risultato della positività, mettendocene altrettanti per far partire tutto il protocollo pensato ad hoc per questa situazione, chiedendoti scusa per le tempistiche, ma ammettendo che sono quelle perché sono troppi i casi.

Mettetevelo in testa che sono troppi. Non lamentatevi di cosa non potrete fare, dei giorni che dovrete ancora passare chiusi nelle vostre case e delle uscite con gli amici mancate. Ringraziate di non essere tra quegli innumerevoli casi piuttosto. Vi viene voglia di uscire? Non fatelo. Le camminate, i giri in bicicletta, il vedersi al parco perché tanto «siamo all’aria aperta non stiamo mica attaccati» scordateveli, per favore. Non voglio più affacciarmi alla finestra e vedere persone che sbeffeggiano le norme imposte e che pensano che tanto è tutta una esagerazione e «un’uscita di casa non ucciderà mica nessuno». Volete cantare dai balconi riprendendovi e condividendo ovunque quello che fate? Fatelo. Volete appendere fuori dai balconi bandiere e cartelli con scritto “Andrà tutto bene”? Perfetto. Ricordatevi però che non per tutti è andato tutto bene e che forse, se tutti mostrassimo più rispetto andrebbe meglio per molte più persone. Ci dicono che il mondo sarà nelle nostre mani ed è la verità. Diamo il buon esempio, state a casa. Per davvero. —



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