Muore investito dall’amico con il camion durante la raccolta degli sfalci verdi
La vittima aveva 52 anni. Ora indaga la Medicina del lavoro. I sindacati Cgil Cisl e Uil: «Sia fatta chiarezza»
Miriam Figliuolo
QUATTRO CASTELLA
È un dramma nel dramma, quello che si è consumato, poco prima delle 12.45 di ieri, in via Matilde di Canossa. Un uomo di 52 anni, Bouna Seye, cittadino senegalese da ormai quasi ventanni in Italia, è morto sul lavoro, investito dal camion condotto da un altro cittadino senegalese poco più giovane di lui. I due non erano solo colleghi, ma amici.
Il più giovane ha prestato i primi soccorsi a Seye, che era terra in condizioni disperate, e ha dato l’allarme telefonando al 118. Ma gli sforzi messi in campo dai soccorritori, arrivati con l’ambulanza e l’automedica, seguite dall’elisoccorso di Parma, non sono serviti a salvare il 52enne, che è morto di lì a poco.
Seye aveva moglie e figli che vivono ancora in Senegal, ai quali si era riunito poco tempo fa rientrando in Senegal per un breve periodo, prima di tornare in Italia (diversi parenti vivono a Reggio Emilia), e dove ha sempre lavorato e si è dato da fare per guadagnare quel tanto che basta per mantenere la famiglia nel proprio paese di origine.
Ieri, con il collega e amico, si stava occupando della raccolta degli sfalci lungo via Matilde per conto della ditta “Mendicino Antonio”, socia di Transcoop, che ha in appalto il “giroverde” per conto di Iren. Non si tratta dunque di dipendenti dell’ex municipalizzata.
La dinamica dell’incidente ora è al vaglio dei funzionari Ausl della Prevenzione e sicurezza sugli ambienti di lavoro, intervenuti ieri in via Matilde di Canossa dove sono arrivati, subito dopo l’accaduto, anche i carabinieri, per consentire in sicurezza le operazioni di soccorso e la raccolta di elementi e testimonianze utili alle indagini.
È stata verbalizzata una prima sommaria testimonianza, per quello che le condizioni di shock hanno potuto consentire, da parte dell’investitore. L’uomo vive in Italia con la sua famiglia da diversi anni. Conosceva Seye già prima di partire dal Senegal ed era stato proprio lui ad indirizzare l’amico alla ditta per la quale lui già lavorava da qualche tempo.
Da una prima ricostruzione, che dovrà essere sottoposta alle dovute verifiche da parte dei funzionari della Prevenzione, pare che Seye si trovasse sulla predellina dietro il furgone usato per la raccolta dei sacchi degli sfalci e che da lì sia improvvisamente caduto. Finito a terra, sarebbe poi stato investito dallo stesso camion che l’amico stava conducendo in una manovra in retromarcia.
Tuttavia le cose da chiarire restano diverse. La dinamica così sommariamente descritta dovrà essere messa al vaglio.
«Ci vorranno diversi giorni – spiega il direttore della Prevenzione e sicurezza sui posti di lavoro – per stabilire dove si trovasse Seye, se sulla predellina, quindi sul mezzo, o di fianco, e se abbiano funzionato i dispositivi presenti solitamente in questi mezzi: gli avvisatori acustici che scattano a ogni manovra, sensori che limitano la velocità in automatico se qualcuno sale sulla pedana e telecamere guida per la retromarcia».
Sotto la lente, inoltre, andranno gli aspetti amministrativi e l’effettivo legame del lavoratore con l’azienda che stava compiendo la raccolta, evidentemente, in subappalto. Della ditta Mendicino e dei suoi rapporti con Transcoop, durante il processo Aemilia, aveva parlato anche il pentito Giuseppe Giglio, smentito poi dalla stessa cooperativa.
Chiarezza e l’accertamento delle responsabilità li chiedono a gran voce anche i sindacati che, nel tardo pomeriggio di ieri, hanno diramato una nota congiunta. Cgil, Cisl e Uil parlano di «rabbia e sgomento» di fronte «alla spirale di morti sul lavoro» che non si ferma ed esprimono «vicinanza alla famiglia e partecipiamo al dolore per la scomparsa del loro caro». —
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