«Io, in prima linea come dottore e come paziente»
Vittorio Tromellini ha lavorato a Villa Verde fino al 29 marzo quando ha scoperto di essere positivo: adesso è in isolamento ma fiducioso
REGGIO EMILIA
«Sarà ancora dura, ma ce la faremo». La testimonianza arriva dal dottor Vittorio Tromellini che è stato in prima linea sia come medico che come paziente essendo ancora in isolamento perché colpito da Covid. La sua è un’analisi lucida a tutto tondo su questa pandemia da cui, per dire di esserne uscito, Vittorio Tromellini deve ancora attendere gli esiti dei tamponi, e proprio per questo è ancora più significativa. Soprattutto per coloro che non ne sono stati colpiti ma che potrebbero esserlo in futuro. Perché, scrive il dottor Tromellini, «cercare di contenere una pandemia di tale genere è come cercare di fermare l’acqua del mare con le mani», invitando tutti a rispettare il distanziamento sociale e le disposizioni sanitarie. La sua testimonianza, scritta mentre si trova in isolamento, non è però quella di una persona che si sente sconfitta, ma di chi guarda avanti pur consapevole che la guerra non è ancora finita.
«Sono un medico di reggiano prossimo ai 65 anni e lavoravo ancora prima di ammalarmi di Covid il 29 marzo scorso. Da 36 anni svolgo la mia attività nella casa di cura Villa Verde nel reparto di Medicina lungodegenza e sono specialista in malattie dell’apparato respiratorio e medicina sportiva», scrive scusandosi per essersi dilungato nel presentarsi e prima di raccontare il suo isolamento domiciliare in una stanza di 3 metri per due,in cui aggiunge, «fortunatamente c’è un bagno e un televisore». E proprio da quanto ascoltato in questi giorni e dal suo vissuto quotidiano è partito per raccontare questa sua parentesi di vita.
La premessa è quella di un ringraziamento ai medici e agli infermieri che l’hanno accolto al Pronto soccorso del Santa Maria Nuova e che in poco tempo lo hanno sottoposto a visite ed esami che, sottolinea, «penso nella maggioranza de pronto soccorso italiani, specie in questi momenti non vengono eseguiti, e poi una tac, una nuova vista e la fornitura di terapia antinfiammatoria domiciliare».
Poi la reclusione, tanta Tv e la possibilità di ascoltare specialisti e virologi. Da qui ha tratto la convinzione che «circa l’80% delle epidemie degli ultimi 30 anni sono partite dalla Cina», che «i coronavirus sono stati sempre i responsabili del raffreddore comune o della Sars del 2003» e che «nessuno sappia ancora perché questo virus sia così infettivo e si diffonda così velocemente». «Anch’io – rimarca – pensavo di essere abbastanza protetto con camice, sopra camice, maschera, p2, occhiali, ma così non è stato. Dopo di me si sono infettati altri medici e paramedici ancora più protetti e la cosa mi inquieta non poco».
Poi, dopo aver sottolineato che «l’Emilia che ha saputo reagire in maniera super», sottolinea che anch’essa «è stata vicina al default sanitario dal 21 al 26 marzo» e che «la Lombardia ha dovuto far fronte a casi quattro volte superiori a quelli dell’Emilia».
Dopo aver ipotizzato che anche l’inquinamento e l’alta densità abitativa possano aver qualche rapporto rispetto alla diffusione del Coronavirus, il dottor Tromellini ammette che ci si trova «di fronte ad una patologia nuova altamente contagiosa contro la quale non esiste un vaccino e una terapia sicura». Per poi sottolineare che «ci vuole la fortuna di non entrare in quel 5% di pazienti che vanno in terapia intensiva. Così come e importante non avere patologie pregresse più o meno debilitanti». Da ultimo rivolge un pensiero e tanta riconoscenza ai medici e agli infermieri «caduti in questa anomala guerra» e un invito ad aver coraggio «agli oltre 12mila sanitari che si sono ammalati per assistere gli altri». —
R.F.
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