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Reggio Emilia, dopo i furti del cibo gratuito ora parte la “fase 2” della spesa sospesa

Reggio Emilia, dopo i furti del cibo gratuito ora parte la “fase 2” della spesa sospesa

Tre volontari presidiano che tutto funzioni e non ci siano furti, in via Adua qualche sciacallo ha rubato il cesto con i beni alimentari

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REGGIO EMILIA. Un’iniziativa di solidarietà che sta andando decisamente a ruba. Non solo perché davanti alla tabaccheria di via Adua, uno dei primissimi punti allestiti in città, è stato letteralmente rubato per ben due volte nel giro di pochi giorni il cesto nel quale erano contenuti tutti i beni alimentari, causando rabbia e dispiacere.

Ma anche perché – dopo aver ottenuto persino il placet dell’amministrazione e il sostegno della grande distribuzione – l’iniziativa si è diffusa a macchia di leopardo, a tal punto da rendere necessari turni di “lavoro” e una precisa contabilità dei generi alimentari in entrata e uscita. È quanto ad esempio avvenuto nel centro sociale Gatto Azzurro, dove la cosiddetta “spesa sospesa” ha preso subito piede e ha registrato un vero salto di qualità. È questo il nome dell’iniziativa di solidarietà nata sul modello del “caffè sospeso” ideato a Napoli.

In cosa consiste? Due cesti, uno per mettere e un per prendere. Pasta, biscotti, cibi in scatola, riso, sughi. E poi: zucchero, sale, farina, latte. Chi ha, mette; chi non ha, invece, prende, in una forma di solidarietà nata dal basso che – al netto di qualche malintenzionato che non manca mai – ha messo una volta di più in evidenza il grande cuore e la generosità dei reggiani.

Al Gattaglio, sono almeno tre i cittadini che si prendono cura del servizio, mettendo in piedi un sistema a turni, tutti i giorni, dalle 8 di mattino alle 20 di sera.

«C’era una persona che portava sempre via tutto – raccontano Paolo, Giovanni e Decimo, i tre volontari che presidiano il banco – quindi abbiamo deciso di fare dei turni, dalle 9 di mattino alle 20 di sera». L’idea di creare nel quartiere un punto di “spesa sospesa” è nata proprio da due residenti di origine napoletana, Sara e Vincenzo, che hanno importato a Reggio quella nobile tradizione del “caffè sospeso”, diffusa da tempo all’ombra del Vesuvio, che consiste nel recarsi in un bar e lasciare pagato un caffè a beneficio di uno sconosciuto. Una tradizione che, di fronte all’emergenza Coronavirus, si è “allargata” spontaneamente dal semplice caffè a tutti gli altri generi alimentari.

«Dal quartiere vengono in tanti a portare qualcosa – raccontano ancora i tre volontari del centro sociale – È venuta a portare la Croce Verde, è venuto l’Ancescao. Chi ritira i prodotti? I bisognosi. Abbiamo una persona che dorme in camper, un’altra che dorme in macchina. C’è una famiglia con sei figli, una persona alla quale non hanno rinnovato il contratto». Un compito che li ha spinti ad avere anche una contabilità, con un registro dei generi in entrata e uscita: «E noi siamo qui a controllare chi viene per portare e chi per prendere», concludono i tre volontari, soddisfatti di poter fare del bene, impegnandosi a vantaggio della comunità e dei più bisognosi.

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