Gazzetta di Reggio

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Il frate del Santa Maria «Confesso al telefono ma mi manca stare con i malati»

Jacopo Della Porta

Padre Paolo Poli: «I familiari non possono vedere il loro caro defunto Gli effetti personali vengono messi in una bustina e dati ai parenti»

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L’intervista

Jacopo Della Porta

«Ogni giorno benedico dalle cinque alle otto bare. I funerali non si possono fare. Entro nella camera ardente, tutto bardato, con la cuffia, il camice, i copriscarpe. Al rito partecipano al massimo un paio di familiari stretti mentre tutti gli altri parenti non possono essere presenti. La cosa triste è che non si può vedere il proprio caro per l’ultima volta perché le bare sono chiuse. In un ufficio viene consegnato ai familiari un sacchettino con gli effetti personali della persona deceduta: l’orologio, la fede, un braccialetto…».

Il padre cappuccino Paolo Poli da 20 anni si occupa di portare conforto agli ammalati nella parrocchia Santa Maria del Carmine, eretta dal 1967 all’interno dell’Arcispedale. Il religioso, nato a Quattro Castella e cresciuto a Vezzano, è stato ordinato prete nel 1965 dal vescovo Gilberto Baroni, nell’anno in cui veniva inaugurata l’attuale sede dell’ospedale Santa Maria. «I cappuccini prestavano servizio nell’ospedale di Reggio già nel ’700», sottolinea.

Chi lo conosce lo definisce esuberante ed estroverso e ne apprezza l’ironia sottile che talvolta dispensa nelle sue omelie. Ma dalle sue parole attuali non può che trasparire il dolore di cui è testimone. Come religioso, con alcune missioni alle spalle in Africa, e come studioso di filosofia e teologia, ha affrontato il tema della malattia e della sofferenza sotto diversi punti di vista. Ma la sfida di questi giorni sembra inedita per chiunque, perché l’epidemia ha eretto muri tra le persone e minato la possibilità del contatto umano, tanto necessario a chi si occupa della cura dei corpi e delle anime. «Chi è ammalato di Covid non può avere vicino i parenti a consolarli e questa solitudine è un aspetto davvero molto triste », riflette sconsolato.

Padre Paolo, come è cambiato il vostro ministero tra le corsie in questo periodo?

«È cambiato tutto per me e per gli altri due cappuccini che fanno parte della parrocchia. Abbiamo anche un diacono volontario che ci aiuta. Ci sentiamo in prigione per il fatto di non poter essere accanto alle persone a svolgere la nostra opera. Alle volte vengono dei parenti e ci chiedono di ricordare i loro cari nella preghiera».

La vostra giornata come si svolge?

«Andiamo solitamente nei reparti non toccati dal virus, come otorino o ortopedia, ma non possiamo muoverci molto perché non è consentito. Nei reparti Covid non si può andare perché se no potremmo diventare veicolo di contagio: non mi preoccupo per me ma per le altre persone che potrei infettare. Facciamo anche delle confessioni via telefonino, con la richiesta che quando i pazienti saranno dimessi andranno a farla di persona in chiesa. Seguiamo direttive che sono state elaborate a Roma».

Le funzioni religiose sono state interrotte?

«Diciamo messa in privato mentre prima la celebravamo aperta ai fedeli tutte le sere alle 19.30: da quando sono state imposte le limitazioni alla circolazione non può però partecipare nessuno. Nella nostra chiesa si svolgeva da anni l’adorazione perpetua, giorno e notte, con due o tre persone che pregavano senza sosta, ed abbiamo dovuto interrompere anche questa».

Quanto pesa il fatto che le persone debbano affrontare la perdita dei loro cari in solitudine?

«Molto. Purtroppo i funerali non si possono celebrare e dobbiamo limitarci alla benedizione delle bare alla presenza solo dei familiari stretti, con tutte le precauzioni del caso. Poi le bare vengono mandate al cimitero per la cremazione ma passano anche due settimane prima che questa avvenga. Quando l’emergenza sarà finita faremo una messa per ricordare tutti i nostri defunti e poi i singoli funerali si svolgeranno nelle parrocchie». —





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