Il concerto del mezzosoprano nello studio del dottor Coperti
Fuori programma nell’ambulatorio di Salvaterra La cantante Vanini ha dedicato un’aria di Handel a tutti i medici
la curiosita’
Una visita medica diventata un concerto per la solidarietà. È una storia che unisce passioni artistiche, solidarietà e gli sforzi “resistenti” di tantissime persone nei giorni dell’emergenza, quella andata in scena pochi giorni fa a Salvaterra di Casalgrande, nello studio medico di Mauro Coperti in via Reverberi. Fra le pazienti di Coperti c’è la cantante Valentina Vanini, mezzosoprano con studi in canto lirico al conservatorio di Parma e recentemente impegnata in “Volevo nascondermi”, il film di Giorgio Diritti con Elio Germano dedicato al pittore Antonio Ligabue, pellicola premiata al Festival di Berlino.
A inizio settimana la cantante è tornata a Salvaterra e quello che doveva essere un controllo sanitario è diventato un concerto improvvisato, con il personale dello studio impegnato a fornire il supporto sonoro alla voce della mezzosoprano. Al flauto, il titolare Mauro Coperti, appassionato musicista da decenni. Insieme, hanno scelto di interpretare “Lascia ch’io pianga”, una delle arie più celebri fra quelle composte da Georg Friedrich Händel, trasformandola in “Lascia che io pianga per i medici italiani”.
Qualcuno, magari meno dotato per la musica, si è trasformato in video-operatore, e con un cellulare ha ripreso l’esibizione, in una qualità sonora e visiva più che sufficiente a permettere a un vasto pubblico di gustarsi la dedica al personale sanitario chiamato a sforzi ben sopra le norme, per stress e per durata dei turni.
«Ero andata a fare una visita medica, e lo staff medico mi ha chiesto di cantare per loro. Per me è stato un piacere oltre che un onore cantare per chi, tutti i giorni, sta al nostro fianco e rischia la vita», racconta Vanini presentando il filmato. Il video dell’esibizione ha iniziato rapidamente a girare sui canali internet. L’impatto è notevole, la scenografia non è certo quella classica di un teatro ma quella di un ambulatorio, con strumenti, sedie d’attesa e l’inevitabile corredo di mascherine, boccette di gel igienizzate e guanti. Per una volta, queste immagini non hanno evocato dolori e tristezze, ma la voglia di usare l’arte e le passioni per cercare insieme di trovare sollievo. —
Adriano Arati
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