Il futuro era qualcosa davanti a me, senza contare i chilometri Dovevo solo vivere
La narrazione di Gianluca Grassi, esperto di relazioni internazionali, in queste giornate in cui il viaggiare è uscito dalla nostra prospettiva
il racconto
gianluca grassi
Devo ringraziare quel che ho fatto prima, se oggi penso al futuro, a quello che deve ancora venire.
È come se avessi vissuto, casualmente, le stesse sensazioni nel mio passato. Istanti che mi tornano utili oggi, per non sentirmi in uno spazio drammatico e unico nel tempo.
I primi giorni ho pensato ai tanti inferni in cui ho sostato, temporaneamente, potendo poi scappare via.
Ho pensato al primo viaggio da solo, a diciannove anni, quando al di fuori della stazione di Cracovia mi diede il benvenuto una vecchia con le mani tremolanti e tre spazzole di legno in mano, che era tutto quello che aveva ma io non ne avevo bisogno.
Il mattino dopo mi svegliai di buon’ora per visitare il primo inferno a Oswiecim: i campi di Auschwitz e Birkenau. Ci impiegai un giorno intero. Ricordo che la sera non riuscivo a prendere sonno, avevo una strana sensazione addosso, come se nell’aria ci fosse una polvere invisibile fatta della cenere di quel dolore. Sentivo i polmoni pieni di tutto quel dolore.
Dopo pochi anni, sono ripartito da solo per un viaggio tra la Siberia e l’Asia Centrale. A Mosca esco dalla metropolitana, volevo andare a vedere il parco delle esposizioni e il monumento ai cosmonauti.
A gennaio la città ha uno spesso asfalto fatto di ghiaccio, ai miei piedi una donna anziana sta in ginocchio con le mani appoggiate al ghiaccio, tremano e non ha niente da offrire ma tutto da chiedere.
Dopo poche settimane arrivo a Moynaq, una città che fino a qualche decennio fa era accerchiata dal Lago d’Aral. Dove c’era l’acqua, c’era un deserto di sale, con imbarcazioni arrugginite incagliate su quel paesaggio lunare. Durante la seconda guerra mondiale, dal lago d’Aral i pescherecci rifornivano tutta l’Unione Sovietica, stremata dalla fame e dall’aggressione nazista. Per tutta la giornata nell’aria c’era uno strano odore e poco lontano una nuvola di fumo nero che sembrava una ciminiera.
Ricordo quella notte, i latrati dei cani e la speranza di vedere il sorgere del sole. E quell’odore che mi era entrato dentro e ho continuato a sentire nei giorni a venire.
L’ultimo inferno l’ho vissuto partendo con un pullman pieno di badanti che tornavano a casa in Ucraina, quella volta – non so come – vennero con me anche i miei migliori amici. Eravamo gli unici italiani sul mezzo e gli altri viaggiatori non capivano cosa andavamo a fare, in Ucraina. Una signora anziana è di fianco a noi, le chiediamo cosa fa nella vita: «Sono una lavaculi ma prima di venire in Italia ero un’insegnante. Ma quasi non mi sembra più vera, la mia vita di prima».
Pochi giorni dopo partiamo per Chernobyl e per visitare la città fantasma di Prypiat. Erano passati venti anni dal disastro nucleare e ora visitavamo i luoghi dove una volta la vita era normale. Durante quella giornata quasi non volevamo respirare, ci sembrava che nell’aria ci fosse un male invisibile che poteva entrarci nei polmoni e depositare lì tutta la sua forza radioattiva. La sera, tornati a Kyev, tutti i nostri vestiti e le nostre scarpe ci sembravano sporche.
Questi inferni li ho attraversati e mi hanno fatto sentire un privilegiato, perché ho visto che c’è gente che ci vive dentro e forse alcuni di questi nemmeno sanno di essere all’inferno. Ma ho imparato da questi viaggi, che si può anche passare in mezzo a luoghi e giorni dove senti la paura e ti senti minacciato. Poi però passano, lasciando spazio al futuro.
Ed è proprio il domani quello che ho cercato ogni giorno. Il pensare ad altri viaggi, ad altra vita.
I primi giorni dall’arrivo della malattia, non volevo rassegnarmi all’idea di futuro ma non sapevo come fare. Giorno dopo giorno. Dopo giorno. Con un tempo che non sembrava mai arrivare e la sensazione di non farcela ad aspettare di uscire di casa senza dover sentire quella cosa nell’aria, nei polmoni.
Per riuscire a credere nel futuro ho pensato al passato. A quando ho iniziato a camminare, chilometro dopo chilometro, percorrendo mille chilometri in 33 giorni. Quando si fanno lunghi cammini, prima di partire non si misura il tempo, presi come siamo dai nostri impegni quotidiani, dai riti.
Quando si rimane soli e ogni giorno serve per avvicinarsi alla meta finale, lentamente, allora si inizia a percepire la sensazione di non farcela, di non avere le forze.
Le prime due settimane di cammino ho esaurito le forze, fino quando al quindicesimo giorno sono arrivato a casa di una coppia di anziani che mi hanno accolto per la notte e preparato la cena.
La vecchia, con i capelli raccolti, mi aveva preparato una cena fatta di verdure e carne. Da giovani anche loro erano camminatori. E mi raccontarono del loro primo pellegrinaggio, della sensazione di non essere in grado di arrivare alla fine e di superare la fatica.
Quelle parole e le loro cure mi fecero partire il giorno dopo che non era ancora sorto il sole. Le parole di quella signora anziana furono come una cura, iniziai a capire che non dovevo ascoltare solo il senso di solitudine e i dolori del mio corpo, che non dovevo contare i chilometri che mi mancavano alla fine. Ma che dovevo vivere. E che il futuro era qualcosa davanti a me, perché sentivo di avere le forze per arrivare alla fine di quella strada e oltre ancora. —
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