Cinquant’anni fa la strana uccisione del giovane curato Giuseppe Iemmi
Rinviate le iniziative per la commemorazione del prete Il paese d’origine gli ha già dedicato un viottolo in centro
MONTECCHIO
Sono trascorsi 75 anni da quel 19 aprile 1945, giorno nel quale don Giuseppe Iemmi, prete di soli 25 anni, venne ucciso dai partigiani garibaldini. Una esecuzione brutale, per il sacerdote, nato a Montecchio il 26 dicembre 1919 nella “piccola Siberia” (così veniva chiamato il quartiere di Borgo Enza, perché vi era una alta concentrazione di famiglie socialcomuniste) da Francesco, postino comunale, e Angiolina Bertani che sarà conosciuta come “la postèìna”, visto che le condizioni fisiche del marito la obbligheranno a sostituirlo nel suo ruolo di portalettere.
Secondogenito di una famiglia nota per la sua religiosità, tra le pochissime a frequentare il piccolo oratorio della Madonna del Carmine a Borgo Enza, dove risiedeva la famiglia Iemmi, don Giuseppe diventa sacerdote il 27 giugno del 1943 nel duomo di Reggio Emilia e viene subito mandato come curato a Felina. Cresciuto alla scuola della parrocchia montecchiese di San Donnino Martire, retta da monsignor Attilio Alai, parroco di Montecchio, il giovane curato verrà ucciso ventidue mesi dopo, proprio a Felina, sul monte Fosola, probabilmente per un malinteso. Pare sia stato un monito a chi si ostinava a non dimostrare apertamente il proprio appoggio all’attività dei partigiani. E il “cappellanino”, come era soprannominato quel giovane prete vestito con l’abito talare, in realtà pare avesse più volte aiutato e sostenuto proprio coloro che poi, assaliti da mille dubbi, e probabilmente malconsigliati, lo hanno tolto alla sua missione terrena, prendendo di mira su quelle montagne il più giovane prete ucciso della Seconda Guerra Mondiale.
Un triste primato, per don Giuseppe Iemmi, che ora ha ricevuto un primo vero riconoscimento – dopo l’intitolazione della casa di riposo per anziani San Giuseppe, risalente al dicembre 1945 – grazie ai buoni uffici della comunità montecchiese, in sinergia con l’amministrazione comunale e assieme a don Angelo Orlandini e don Giancarlo Minnotta, in rappresentanza dei devoti della parrocchia di San Donnino Martire, che hanno dedicato un piccolo viottolo a lato della cosiddetta chiesa nuova di piazza Repubblica, in parallelo alla via dedicata al beato Rolando Rivi.
Inoltre, grazie alla riedizione del libro “Iemmi quasi utopista”, scritto nel 1995 da Giuseppe Giovanelli e riedito nel 2019 nel centenario della nascita del parroco ucciso, che gode della prefazione del vescovo di Reggio e Guastalla, monsignor Massimo Camisasca, la sua storia continua a essere narrata anche ai più giovani.
Senza le restrizioni imposte per contenere il contagio, oggi si sarebbero svolte alcune cerimonie per commemorare l’episodio di 50 anni fa: una messa, già concordata tra le parrocchie di Felina e Montecchio; un conviviale in compagnia e, successivamente, la salita al Monte Fosola, dove è esposta una croce. Il tutto, però, è solo rimandato, anche perché il profilo Facebook “Amici di don Giuseppe Iemmi”, che sostiene la memoria del curato montecchiese, continua a restare attivo e a sollecitare le istituzioni, politiche e religiose, affinché vengano riconosciuti a don Iemmi gli onori che merita. —
Alessandro Zelioli
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