Gazzetta di Reggio

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il progetto con Campsirago Residenza

Telefonate anche ai pazienti di terapia intensiva «perché le parole curano»

M.R.

Il Teatro dell'Orsa chiama in ospedale: "E' stata la dottoressa Chiara Trenti a chiederci di farlo dopo aver ricevuto una Favola al telefono"

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REGGIO EMILIA. «Si vive per imparare a vivere, e si impara vivendo». Lo ha detto ieri al telefono una donna malata di Covid-19, e per questo ricoverata all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio, a Monica Morini, anima e cuore del Teatro dell’Orsa. Sì perché, dopo aver iniziato a infilarsi nelle case dei bambini con le Favole al telefono, la compagnia ha deciso, su suggerimento della dottoressa Chiara Trenti, di portare le storie anche nel reparto di Terapia intensiva. «In questo caso le parole nascono dall’ascolto – spiega Monica Morini – Io sto dall’altra parte del telefono, mi circondano i libri, ho in mano la plancia di “A ritrovar le storie” (progetto che il Teatro dell’Orsa ha realizzato anni fa nelle case di riposo, per creare un ponte tra nonni e nipoti, ndr), ascolto, le domande si impastano ai ricordi e le parole diventano i versi della ballata della vita».

Perché in effetti la vita corre, dal respiratore fino alla cornetta del telefono, e grazie alla memoria «che è un’altra forma di immaginazione» non c’è neanche più bisogno di quella macchina per respirare. «Quando ricordiamo – dice Monica – ricreiamo i giorni e li riaggiustiamo, e mentre lo facciamo riaggiustiamo noi stessi all’interno di quei giorni. Non è una bugia, abbiamo il diritto di farlo, perché agiamo con la consapevolezza e tutte le verità che abbiamo conquistato nel tempo».

E così c’è chi torna su una pista da ballo, chi a correre sulla spiaggia. Chi va ad accarezzare i cani, chi a vedere l’alba sotto la Pietra di Bismantova. Parlando di musica, ci si ritrova a dare il primo bacio. I francobolli riportano in quella piccola cucina in cui la mamma, sempre elegante e garbata, per attaccarli alle buste doveva leccarli. «I ricordi dell’infanzia, le marachelle, le persone che abbiamo amato, il primo bacio sotto un lampione, quello che abbiamo amato fare, le relazioni coi figli… sono la grana, la tessitura della nostra vita. I narratori dicono che raccontando rinasciamo, le parole non guariscono ma curano. Ecco perché la dottoressa Trenti, che lo sa bene, avendo ricevuto una Favola al telefono (progetto che il Teatro dell'Orsa sta portando avanti con Campsirago Residenza, ndr) ha lasciato a chi lo desiderava, tra i suoi pazienti, la possibilità di ricevere una chiamata e il soffio delle storie al telefono. È un dono poterlo fare. Come diceva Lewis Carroll, le storie arricchiscono più chi le racconta che chi le riceve».

«Perché svegliarsi da questa parte? Perché il tuffo nella vita?», chiedeva Monica Morini all’inizio di “Qui ci sono le altalene”, la ballata scritta nel reparto di Neonatologia per i bambini nati prematuri. «Perché ne vale la pena – le rispondono ora le voci dalla Terapia intensiva – perché il biglietto, anche se caro, vale in pieno il viaggio». Presto queste telefonate raggiungeranno anche il Policlinico di Modena e, grazie al progetto “Conta che ti racconto. Storie aggiusta cuori e ballate alla vita”, anche le case di riposo e le persone che sono sole tra le quattro pareti di casa. —

M.R.

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