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Un protocollo sulla sicurezza per riaprire le ceramiche

Adr.Ar.
Un protocollo sulla sicurezza per riaprire le ceramiche

Confindustria e le rappresentanze sindacali al tavolo per la ripartenza Il timore è che si perdano fette di mercato, all’estero non si sono mai fermati

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Prove tecniche di ripresa. Nei giorni in cui si inizia a ragionare su un parziale allentamento delle chiusure che da oltre un mese hanno bloccato l’Italia, uno dei settori più attivi e interessato è quella della produzione ceramica, da decenni uno dei punti di forza dell’economia nostrana.

Il comparto ceramico scalpita, quello emiliano in particolare perché il timore forte è quello di perdere quote pesanti di mercato rispetto ai concorrenti di altre nazioni, dove la produzione non è mai stata interrotta. Alcune settimane fa la Regione Emilia-Romagna aveva approvato un protocollo specifico per fare in modo che i materiali già realizzati potessero venir consegnati, sbloccando quindi il magazzino e i trasporti. Tante aziende avevano già i pallet pronti ma, non potendo inviarli per via dello stop totale, rischiavano di perdere le commesse, perché i clienti, non potendo attendere oltre certi limiti, si stavano muovendo verso aziende straniere in grado di evadere l’ordine. Ora si pensa alla ripresa delle linee produttive, tema più complesso perché diverse operazioni – pur in gran parte automatizzate – richiedono la presenza di tanti addetti, e mantenere le distanze prudenziali è meno semplice rispetto a quanto si possa fare nel magazzino, con muletti e carrelli.

Diverse ceramiche della valle del Secchia si stanno già muovendo in questo senso, dopo aver presentato l’autocertificazione alla prefettura competente, Reggio o Modena, hanno richiamato molti operatori e riattivato le macchine. Non una procedura immediata, con grandi forni e impianti complessi che vengono spenti pochissime volte all’anno proprio per queste tempistiche, e anche le manutenzioni di ripartenza richiederanno giorni. Anche chi ancora è fermo comunque si sta attrezzando, con un occhio preoccupato all’estero, dove Spagna e Cina, altre nazioni da ceramica, non hanno mai interrotto completamente il flusso. E in un mercato globalizzato e iper-connesso, anche al tempo dell’epidemia le forniture non possono aspettare molto, rimanere chiusi a lungo potrebbe far perdere commesse e clienti. E va sottolineato che l’80% del fatturato del settore è generato dall’esportazione di merci all’estero. Cedere su quel fronte sarebbe quasi fatale.

Anche se si continua a parlare del 4 maggio come momento per sbloccare i lucchetti, la speranza che almeno per la ceramica vi sia un’accelerazione è viva. E la Regione Emilia-Romagna ha già annunciato che proprio questo comparto, così come il cosiddetto “automotive”, si proverà a bruciare i tempi, se le condizioni di sicurezza saranno garantite. Anche la popolazione, nella vallata del Secchia, è ovviamente molto interessata. In una zona così popolosa, il mondo ceramico rappresenta comunque il cuore economico, sia diretto che indiretto, fra dipendenti e un indotto che va dagli artigiani ai consulenti ai trasporti e ai ricambi, senza contare la filiera gastronomica ancora al palo. Si parla di 21mila addetti di cui 14mila ad oggi in cassa integrazione a zero ore, a cui appunto aggiungere il mondo economico e dei servizi che gravita attorno allo zoccolo duro.

«Da qualche giorno è stato sottoscritto un protocollo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro tra le rappresentanze sindacali e Confindustria ceramica», ricorda il parlamentare Andrea Rossi, che si è attivato sul tema. L’accordo ha messo insieme Confindustria ceramica e Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil. —

Adr.Ar.

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