«Così mettono in gioco fino in fondo tutta la loro umanità»
una casa per anziani e l’esperienza di una donna che non vede il padre da febbraio
la lettera
daria ferretti
Circa due anni fa mio padre, ora novantunenne, a seguito della rottura del femore le cui conseguenze hanno aggravato alcune patologie e una condizione già instabile, è stato accolto nella casa per anziani “Don Cocconcelli”, a San Pellegrino.
È stato un sacrificio “affettivo” per me e mia madre accettare questo distacco.
Eppure questo sacrificio è divenuto pian piano e paradossalmente una gratitudine.
Per come vedevo mio padre ben curato dal punto di vista sanitario e sempre più sereno, capace addirittura di una ritrovata allegra simpatia. Inoltre, ho saputo, ha ricominciato a pregare.
con commozione
Ricordo con commozione che una residente mi fermò per un braccio, un giorno, solo per dirmi tutta contenta di come papà avesse cominciato a recitare il rosario insieme agli altri.
Momento di preghiera proposto alla libertà di chi desidera partecipare.
Ma proposto.
Posso dire che la “Don Cocconcelli” è veramente una casa e il clima che si respira è quello di una grande famiglia in cui chi si prende cura degli anziani è evidente che lo fa perché vuole loro bene.
E la stessa evidente professionalità di ciascuno (direttrice, infermiere, fisioterapisti, OS, cuoche…) esprime ed è valorizzata da questo affetto. Quando ancora potevo andare a trovare papà era sempre una festa.
tanta fatica
Una festa con lui che mi invitata addirittura a fermarmi a cena tanto si mangiava bene e mi presentava, sempre come fosse la prima volta, ogni operatore che si avvicinava per la merenda, una medicina o anche solo per due parole.
Una festa con il personale presente, che non ho mai visto lamentarsi ma sempre sorridente e disponibile.
Mi domando spesso, guardandoli lavorare, come facciano a sostenere tanta fatica (perché, onestamente, non è un lavoro facile né leggero) sempre con una letizia persino nello sguardo.
Ed ora, in questo tempo di emergenza, che fa così paura, che ci fa temere per i famigliari che non abbiamo vicino, tutto quello che ho potuto vedere continua.
delicata fermezza
La tempestività con cui subito, a febbraio, hanno comunicato, con delicata fermezza, che la casa sarebbe stata chiusa all’ingresso dei famigliari, la sollecitudine con cui sono puntualmente informata delle condizioni di papà, la generosità nel fornire strumenti attraverso i quali potere tenere ugualmente contatti (come le video chiamate, ad esempio) per me sono state la consolante conferma di una grande attenzione e cura sia verso l’ospite che verso il familiare.
batticuore
Ricordo un giorno in cui sono andata a ritirare/consegnare la biancheria non potendo però entrare, ed è uscita con mia sorpresa la direttrice (era una domenica): come una madre, ho pensato, che nella difficoltà non lascia i suoi figli, ma li accompagna anche con la sua presenza persino nei giorni di “festa”.
Quando squilla il cellulare e vedo che si tratta della casa non manca il batticuore, ma è sempre una OS, o un’infermiera, o la direttrice che mi dicono come sta papà o mi raccontano di un episodio bello con lui.
auguri di pasqua
E che dire del personale che si ricicla in attività di barbiere o parrucchiere?
In un video che ci è stato inviato con gli auguri di Pasqua facevano bella mostra di sé un’improvvisata parrucchiera e un casco sempre da parrucchiere: che attenzione anche alla cura personale delle signore residenti (si sa, le signore tengono in modo particolare alla loro bella presenza). E in video chiamata papà era perfettamente rasato, barba e capelli come fosse stato da un barbiere provetto.
so che sta bene
Ho scritto queste semplici righe per sincera gratitudine a persone che mettono in gioco fino in fondo tutta la loro umanità.
Ma anche come speranza per noi familiari, certa che queste siano esperienze riscontrabili nelle altre case protette di cui in questi giorni la stampa ci fa sapere solo il numero dei deceduti.
Come negli ospedali anche in queste strutture ferve un’opera di cura il cui merito non può restare ignorato.
Papà ha 91 anni, non so quanto ancora gli sarà concesso di vivere.
Non so quando potrò riabbracciarlo. So che sta bene, in un luogo che lo aiuta a stare bene. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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