La pandemia a Reggio dal primo contagiato fino alla città deserta
Cronistoria dell’evoluzione dell’epidemia da Coronavirus nella nostra provincia a quasi tre mesi da quando per la prima volta il virus ha riguardato il territorio
reggio emilia
Il primo contagiato, la prima vittima, le prime chiusure. Gli ospedali che si attrezzano, i punti triage dentro le tende, le strade deserte. E, ancora, i primi cento positivi e i primi cento decessi, con un’epidemia che sembra non volersi fermare mai. Due mesi e mezzo di emergenza, per la provincia di Reggio Emilia, che cerchiamo di ripercorrere attraverso gli eventi principali, i più drammatici e quelli che più di tutti resteranno nella memoria collettiva.
La prima volta che l’argomento Covid tocca direttamente la provincia di Reggio è il 28 gennaio, quando si diffonde la notizia che cinque tecnici del Gruppo System di Fiorano nel Modenese, fra i quali il casalgrandese Paolo Ghiddi, sono bloccati all’hotel Sheraton di Wuhan, la città cinese da dove è partito il Coronavirus. Rimpatriati dopo diversi giorni, verranno messi in quarantena a Roma fino al 19 febbraio.
Siamo al 7 febbraio quando un luzzarese di 29 anni diventa il primo reggiano e, in assoluto, il primo italiano contagiato dal Coronavirus. Il giovane si trova a Wuhan per una breve vacanza e, rimpatriato, dopo i primi giorni in quarantena a Roma viene trasferito all’ospedale Spallanzani a seguito della comparsa della malattia. Sempre in buone condizioni, guarirà qualche giorno dopo.
È del 26 febbraio il primo decesso da Coronavirus in Emilia-Romagna, si tratta di un 70enne proveniente da uno dei Comuni della “zona rossa” lombarda e ricoverato in terapia intensiva a Parma.
Un giorno dopo arriva la notizia del primo contagiato in provincia di Reggio: un 25enne di Casalgrande che lavora a Maranello, in provincia di Modena. Ricoverato, poco dopo viene mandato in isolamento domiciliare visti i lievi sintomi.
In poco tempo, il 29 febbraio, sono già cinque i reggiani positivi al Covid e residenti a Reggio, Castelnovo Sotto, Correggio, Casalgrande e Scandiano. Complessivamente sono 130 le persone in quarantena nella nostra provincia. Il giorno dopo, il primo marzo, il bilancio sale ancora con tre nuovi casi, tutti in terapia intensiva: fra loro anche la moglie di un paziente ricoverato il giorno precedente. È l’inizio della diffusione del virus in provincia.
Il 2 marzo il centro storico di Reggio inizia a presentarsi deserto per la prima volta, sulla scia delle ordinanze restrittive anti contagio. Sui locali chiusi compaiono i cartelli «chiuso per ferie, ci rivediamo presto!» o «riapriremo il 5 marzo». Non sarebbe stato così.
Il 4 marzo l’ospedale Franchini di Montecchio viene quasi del tutto isolato. Un paziente di 72 anni – che purtroppo morirà dieci giorni dopo – risulta positivo al Coronavirus dopo essere già entrato in contatto con diversi operatori.
Per monitorare in modo ancora più stringente l’accesso, il 5 marzo il tribunale di Reggio si dota di un termoscanner per misurare la temperatura corporea di chi vuole accedere al palazzo di Giustizia.
La situazione si avvia verso un costante peggioramento. Così il 7 marzo il sindaco di Reggio, Luca Vecchi, viene nella redazione della Gazzetta per lanciare un messaggio alla città e delineare le prossime mosse.
Il giorno stesso – ma la conferma ufficiale viene diffusa solo il 9 marzo – la notizia più tragica: il primo morto per Covid in territorio reggiano. Si tratta una 80enne di Codogno che era stata trasferita al S.Maria.
L’8 marzo l’ospedale di Guastalla viene scelto come prima struttura Covid della provincia vista la progressiva evoluzione epidemiologica dell’infezione, con un significativo incremento di casi.
Sempre l’8 marzo è il giorno del sangue nelle carceri italiane. Anche a Reggio i detenuti della Pulce creano disordini, con incendi e devastazioni, alla notizia di misure più restrittive per visite e permessi.
La stessa domenica è una giornata storica per la diocesi. Dalla cappella del Vescovado viene trasmessa per la prima volta in diretta Youtube la messa della domenica del vescovo Massimo Camisasca, preclusa ai fedeli.
Ancora l’8 marzo una tegola sulla Reggiana Calcio. Gli esiti clinici confermano la positività al Coronavirus di Alessandro Favalli, ricoverato ma in buona salute.
Il giorno dopo, il 9 marzo, in provincia di Reggio il contagio sfonda quota cento: 103 i casi di positività, con un picco di 33 pazienti in più rispetto al giorno precedente. In Emilia-Romagna sono complessivamente 1.386 i pazienti Covid.
Il 10 marzo la notizia delle prime tre vittime reggiane uccise dal Covid. Si tratta di tre persone anziane, ricoverate all’ospedale Santa Maria: un 77enne reggiano che viveva nella zona di Pieve Modolena, un 75enne di San Polo e un 82enne di Quattro Castella.
Il 14 marzo un’altra immagine simbolo dell’emergenza. Le auto della Municipale di Reggio in giro per strade e parchi con i megafoni, invitando a popolazione a non uscire di casa.
Il 19 marzo si svolgono in via telematica gli esami di laurea per una trentina di nuovi infermieri reggiani. Molti di loro saranno subito assunti per aiutare nei reparti Covid della provincia.
Il 21 marzo, dopo nemmeno un mese e con dodici morti e 204 contagiati in più rispetto al giorno precedente, nel Reggiano il bilancio complessivo arriva a 68 decessi e 999 casi di positività.
Tre giorni dopo, il 24 marzo, il numero di morti per Coronavirus nella nostra provincia raggiunge quota 100.
Il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini, il 27 marzo annuncia su Facebook il suo ricovero al Santa Maria in quanto affetto da Covid. Ne uscirà diversi giorni dopo.
Il 2 aprile una buona notizia. Dopo circa un mese respirano in maniera autonoma i primi due pazienti a essere stati intubati al Santa Maria a causa del Coronavirus. Sono una donna di 59 anni e un uomo di 56.
Il giorno dopo il drammatico record. La provincia di Reggio, dopo una triste scalata portata avanti nei giorni precedenti, diventa il territorio con più contagiati di tutta l’Emilia-Romagna: 2.815, quattro in più rispetto a Piacenza che, dall’inizio della diffusione del virus in regione, è sempre stata la zona più colpita.
Il 4 aprile una 34enne di Brescello diventa la prima persona denunciata dai carabinieri per epidemia colposa. La donna, sottoposta a isolamento domiciliare, viene sorpresa dai militari nel centro del paese a comprare sigarette.
Domenica 5 aprile, attraverso una lettera alla Gazzetta, il vescovo Camisasca lancia un appello a tutti i reggiani indicando settembre come stagione della ricostruzione.
Il 7 aprile vengono applicati i primi braccialetti elettronici a quattro detenuti della Pulce rientranti tra gli aventi diritto alla misura alternativa prevista dallo “svuotacarceri” per Covid-19.
Due giorni dopo, il 9 aprile, è il giorno della commozione. “Noi ci siamo” è il nome dell’iniziativa organizzata per rendere omaggio a tutti coloro che sono impegnati nell’emergenza Covid attraverso flash mob svolti in contemporanea in 50 ospedali emiliano-romagnoli. Fra questi, anche i sei ospedali reggiani.
Il 14 aprile un’altra buona notizia. Per la prima volta il numero dei reggiani che hanno sconfitto il Coronavirus è superiore alle persone decedute in provincia dall’inizio dell’epidemia: 400 asintomatici contro 391 deceduti. —
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