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«Noi, operatori in prima linea di fronte ai bisogni dei nostri malati»

«Noi, operatori in prima linea di fronte ai bisogni dei nostri malati»

Le testimonianze di tre dipendenti di Coopselios «Vicinanza, compassione e gentilezza ci danno forza»

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REGGIO EMILIA

In questo tempo complicato contrassegnato da malattia e lutti, ci sono persone che affrontano ogni giorno il dolore nelle corsie degli ospedali e delle case di riposo e lo trasformano in speranza. Accanto alla prima linea dei medici, proprio di fianco ci sono loro, gli infermieri e gli operatori socio-assistenziali sottoposti a turni impegnativi di lavoro che affrontano con il sorriso negli occhi. Sì, perché sono gli occhi l’unica parte di umanità che i malati di Covid-19 possono vedere e a cui si possono aggrappare.

Roberta Romanini, 43 anni, piacentina, una laurea a cui ha aggiunto la qualifica di operatore socio-sanitario che esercita presso una struttura per la cura e la riabilitazione di disabili, chiusa dai decreti governativi fin dai primi di marzo, ora operativa nel territorio della provincia di Piacenza. Lei, insieme ai colleghi Alcide Lambri e Carmen Vigliotti, entrambi reggiani, sono solo alcuni dei lavoratori della cooperativa Coopselios che si sono messi a disposizione per entrare a far parte di una squadra speciale che supporta i colleghi impegnati nei reparti Covid delle residenze per anziani, fino a prestare assistenza ai malati in quarantena presso le loro case.

Roberta avrebbe potuto stare a casa, ma ha scelto di andare in prima linea: «Finora ho sempre lavorato in ambienti sereni, dove la sofferenza era ben presente, ma conosciuta e gestita – racconta – . Questo virus si è abbattuto con un’improvvisa e inaspettata violenza, ha travolto il nostro mondo di certezze, cambiato le nostre vite personali e professionali e ci ha costretti ad approcciarci agli altri in modo totalmente nuovo». Per Roberta, «quel “prendersi cura”, che è parte della nostra professione, ha assunto un valore diverso, ha richiesto un carico di competenze e di umanità che ci ha uniti ancora di più e dato maggior forza nella gestione delle difficoltà».

Alcide Lambri, invece, ha lasciato la poltrona dell’ufficio Qualità di Coopselios per indossare il camice e tornare al lavoro in struttura. Quale è lo spirito che muove questa decisione? «Il bisogno - afferma – C’era bisogno e io ho risposto, non c’è nessun’altra motivazione. Coopselios conosceva la mia formazione specifica di coordinatore di struttura, incarico che avevo già ricoperto in passato, mi ha chiesto una disponibilità temporanea per prestare la mia esperienza a supporto delle strutture della provincia di Reggio. Ho accettato e sono contento. Siamo una bella squadra con esperienza e competenze. Ma non siamo eroi, non siamo speciali, abbiamo solo fatto ciò che il nostro cuore e la nostra coscienza ci hanno spinto a fare, andando oltre le nostre paure, le nostre convinzioni, la nostra razionalità».

Carmen Vigliotti dall’attività di programmazione per il Servizio di Assistenza Domiciliare nel territorio di Reggio Emilia si è rimessa in gioco nella squadra Covid. Dopo un percorso di formazione specifica adesso segue sia le Rsa sia le persone in quarantena presso le abitazioni.

«Entrare per la prima volta nella zona rossa delle strutture, cioè adibite solo a positivi accertati, è di grande impatto psicologico, fa riflettere - spiega – Poi il bisogno di affetto dei malati, degli anziani in particolare, fa superare ogni incertezza. Noi operatori in questa situazione drammatica diventiamo la loro famiglia che per motivi di sicurezza non vedono ormai da due mesi. Si instaura una relazione molto profonda sia con i malati che con i colleghi e si crea una solidarietà e una fratellanza difficile da spiegare, perché tocca le corde più profonde del cuore».

Non sono purtroppo tutte storie a lieto fine.

«È un dolore grande quando vedi che le condizioni dei malati si aggravano - raccontano i tre operatori – Abbiamo sofferto con loro, gioito insieme dei piccoli miglioramenti, ci siamo arrabbiati e abbiamo scherzato. Abbiamo fatto cose per loro che non pensavamo fossimo capaci di fare, abbiamo imparato tanto. Ma abbiamo anche provato il senso ineffabile della sconfitta e dell'impotenza. Esperienze come queste possono solo renderci persone migliori e siamo orgogliosi di aver dato il nostro piccolo contributo».

Fra i pensieri, anche il rischio di ammalarsi: «Certo che ci pensiamo e per questo seguiamo rigorosamente i protocolli e le procedure e siamo dotati di tutti i dispositivi di sicurezza e di protezione individuale – aggiungono i tre operatori – . Ma fa parte del nostro lavoro, è quel mettersi al servizio degli altri che ti fa affrontare le situazioni anche più drammatiche con positività e speranza, perché in quel momento è più forte il bisogno dell’ammalato, dell’anziano. Qui si lavora con la testa e con il cuore».

Ma con quale coraggio si entra ogni giorno nei vostri camici e nelle stanze Covid?

«Avere coraggio non significa non avere paura, ma avere capacità di vincerla. Di fronte al dolore e alla malattia siamo tutti uguali. La vicinanza, la compassione, la gentilezza, l'empatia, insieme alla solidarietà tra i colleghi, sono le cose che ci danno forza. E crediamo che chi non ha saputo cogliere questa straordinaria occasione di "prendersi cura" abbia perso una grande opportunità di cambiamento, di consapevolezza, di apertura verso gli altri, per capire meglio il senso della propria esistenza e del proprio tempo, di come si accoglie la vita e dei grandi doni che la vita ci porta in cambio». —

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