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«Il 26 aprile eravamo tutti partigiani Eravamo così tanti e non lo sapevamo...»

In quel sanguinoso 24 aprile ’45 in cui si combattè ovunque le truppe angloamericane liberarono ufficialmente la città 


24 aprile 2020 Adriano Arati


REGGIO EMILIA

Reggio liberata, Reggio sanguinante e festosa. Da sempre, nella nostra provincia la grande festa per la Liberazione si divide fra il giorno ufficiale nazionale, il 25 Aprile, e il 24, la data in cui formalmente anche il territorio reggiano – già in buona parte sotto il controllo delle brigate partigiane – dà l’addio definitivamente alle ultime truppe tedesche.

E in cui, improvvisamente, non esistono quasi più fascisti. Tutti morti o tutti spariti, anche grazie a capriole dell’ultima ora: «Il 26 aprile abbiamo scoperto che eravamo tutti partigiani, eravamo così tanti e non lo sapevamo», ricordano sempre, fra l’amaro e il divertito, diversi resistenti, tra cui l’ex presidente dell’Anpi Giacomo Notari, che l’antifascismo lo portavano avanti da anni o da decenni.

Le ricorrenze del 24 aprile, da un decennio abbondante, si snodavano lungo il percorso dei Sentieri Partigiani promossi da Istoreco, e partivano dalla collina, da Vezzano, per seguire il cammino che 75 anni fa molte formazioni partigiane effettuarono discendendo dalla montagna, oramai roccaforte sicura. Da Vezzano a Botteghe e poi a Canali, e da lì a San Pellegrino, a fianco della parrocchia dove nell’autunno 1943 si tennero le prime riunioni del Cln (Comitato di liberazione nazionale) reggiano. Don Cocconcelli, Giuseppe Dossetti, i militanti comunisti e socialisti, “Barbanera” Alpi, nomi entrati nella leggenda locale.

Da San Pellegrino si arrivava al centro della città, alla via Emilia in cui nel 1945 transitarono le colonne delle truppe alleate, i battaglioni anglo-americani – ma in realtà di nazioni rappresentate ve ne erano molte altre – che risalivano dall’Adriatico.

E che, giorno dopo giorno, liberavano formalmente le città emiliane. Bologna, Modena e, il 24, Reggio Emilia. Arrivano gli americani, per davvero, con cioccolata, sigari, con le radio e i mille volti degli arruolati: per tantissimi ragazzi e tantissime ragazze, vedere i soldati di colore fu un’esperienza nuova. E strana. Dopo decenni di politica razzista, anche prima del fascismo, ora erano le persone di colore a portare doni, sorrisi.

Un mondo nuovo, per certi versi. Un mondo profondamente legato a ciò che era stato prima. E che oggi si continui a discutere e a polemizzare sul 25 Aprile ci ricorda come questa storia sia davvero ancora da maturare e da affrontare. Rimangono i simboli, i tricolori, i fiori, i monumenti. E le canzoni, grande memoria popolare e grande tormentone – in ogni senso – di quest’annata, finite nelle più sterili e tristi provocazioni.

Un mondo che a Reggio nasce, nero su bianco, il 24 aprile 1945. Quella giornata si registrano tante vittime. Al mattino si combatte a Vezzano, sulla statale, mentre gli alleati arrivano da est a San Donino e a Casalgrande. A ovest, verso, l’Enza, vi sono scontri fra Bibbiano, Cavriago e Montecchio in cui vengono uccisi sette partigiani (Gabino Pioli, Alberto Melloni, Giulio Mazzali, Otello Galli, Giovanni Poletti, Fabrizio Tagliavini, Giancarlo Bonilauri) e due civili. Anche a Mancasale muoiono cinque resistenti, Fermo ed Enrico Guerra, Sereno Beretti, Emore Sassi e Nerina Zanichelli, e un civile. Anche a San Pellegrino ci sono vittime, colpite da cecchini, compresa la 19enne infermiera Mimma Montanari, uccisa da un proiettile mentre va in strada a festeggiare, dopo aver operato a lungo come informatrice per i partigiani. A Castelnovo Sotto, vengono fucilati, ultima ferita, altri cinque prigionieri antifascisti, Afro Caleffi, Adriano Cervi, Lino Bigliardi, Carlo Simonazzi e Dimmo Vioni. Nel pomeriggio, le truppe tedesche accelerano la fuga sino al Po. Alle 16, Reggio è conquistata. Il Cln Provinciale e il Comando Unico Zona si riuniscono in prefettura. La guerra è finita. —




 

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