Gazzetta di Reggio

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Quello che i cretini non sanno

Stefano Scansani
Quello che i cretini non sanno

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio sulle svastiche disegnate a Cavriago alla vigilia della Festa della Liberazione

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Cretini. I cretini disegnatori di svastiche non sanno – non possono sapere in generale per loro natura – che più pitturano svastiche e più allungano la vita a quella faccia di bronzo di Lenin che sta a Cavriago.
La rigenerano, “oni vosstanavlivayut eto” in lingua russa. Perché la loro spedizione è banale, animale: hanno imbrattato i muri e i marciapiedi col simbolo nazista ritenendo quel paese reggiano il più caparbio simbolo del comunismo.

Bisogna rispiegarglielo, ai cretini: il busto di Lenin già se lo stavano mangiando il tempo e il verderame.
Da monumento politico il busto si era ormai mutato in attrazione turistica, quasi pop e quasi folk.
Colbacchi fuori dal tempo, garofani dell’altro secolo, baffoni imbalsamati (quelli di Stalin). Che non sono il 25 Aprile, non sono la Liberazione, non siamo Noi.

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I colleghi mi hanno molto raccomandato di non imbastire la solita ramanzina antifascista, antinazista. Perché serve a niente, considerata la testa degli “spraiatori “notturni.

Ed è proprio quel “serve a niente” che consiglia gli imbrattatori a lasciar perdere il graffitismo del Terzo Reich: basta che sappiano che quel simbolo uncinato fu anticamente indiano, anche cinese, mongolo, anatolico, greco, latino; che per almeno vent’anni, fino a 75 anni fa, la quarantena poteva chiamarsi coprifuoco; gli uomini soli al comando erano tiranni poi spariti in un bunker o in fuga verso la Svizzera, suicidi o fucilati; il distanziamento sociale erano le leggi razziali; la selezione di chi doveva crepare c’era ed era reale; l’isolamento erano i campi di concentramento; e chi non era d’accordo spariva. Virus umanoide.
Il 25 Aprile 1945 ci liberammo da questo morbo.

Non saranno perciò quattro segni neri in croce a guastare la festa della Liberazione nonostante il coronavirus. Perché la faccia di Lenin c’entra un acca, mentre le svastiche c’entrano moltissimo.
Lui, Vladimir Ilic Uljanov, è lì metallico, ossidato e superato, roba da patetiche fotoricordo in piazza.
Loro, gli imbrattatori, sono invece idioti clandestini, traditori del loro stesso petto in fuori e pugnale fra i denti, così arditi ed eroici da non fornire nome, cognome, indirizzo.

Abbiate coraggio, vivete un giorno da leoni. Vi basti una frase, non a caso: “La guerra è una lezione della storia che i popoli non ricordano mai abbastanza...”.

Ecco a che serve il 25 Aprile nel 2020.
(La frase è del grande mutilato della Prima Guerra Mondiale e poi deputato fascista Carlo Delcroix, fatta propria da Benito Mussolini che, a quanto pare, se ne dimenticò). —
 

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