Dobbiamo ritrovare oggi lo slancio che portò al “miracolo” di allora
La ricostruzione dopo il 25 aprile fu possibile grazie a un’assunzione di responsabilità
L’INTERVENTO
GIOVANNI DE LUNA
Cosa finisce il 25 aprile 1945 lo sappiamo. La guerra, innanzitutto. Una guerra che ci aveva stremati e si lasciava alle spalle una bava di macerie. E poi una dittatura che, per venti anni, ci aveva espropriato della nostra sovranità individuale. Ma è su quello che comincia che dobbiamo soffermarci oggi. Perché questo 25 aprile chiama in causa direttamente la voglia di ricominciare dopo una catastrofe, sollecita una riflessione su come si esce da una tragedia immensa come una guerra mondiale. Il «miracolo» di una ricostruzione completata in soli tre anni viene oggi sempre più spesso evocato per rassicurarci e spronarci. Ma perché allora quel miracolo divenne realtà? E perché in un lasso di tempo così breve, tra il 25 aprile 1945, la Liberazione, appunto, e l’entrata in vigore della Costituzione, nel 1948?
Per rispondere bisogna entrare nel vivo di quel periodo, avventurandoci in una sorta di gioco di scatole cinesi. Così, immediatamente prima della Costituzione troviamo l’Assemblea Costituente, eletta il 2 giugno 1946 con una competizione elettorale in cui si sentì finalmente il profumo della libertà; subito dietro la Costituente ci sono i partiti politici, ricostruiti allora dopo la loro soppressione da parte del fascismo; alle spalle dei partiti arrivano i Cln, i Comitati di liberazione nazionale, gli organismi politici che guidarono la Resistenza; ma prima ancora dei Cln vengono le formazioni partigiane, le bande armate che ebbero il coraggio di affrontare militarmente l’esercito nazista e i suoi alleati neofascisti; e dietro le formazioni partigiane ci sono gli uomini e le donne che l’8 settembre 1943, invece di restarsene/andarsene a casa o obbedire ai richiami della Repubblica di Salò, scelsero di entrare in clandestinità e di impugnare le armi. Ed è a quella scelta che bisogna tornare se si vuole capire davvero quello che comincia il 25 aprile 1945 e spiegare il miracolo della ricostruzione.
Non c’era più il partito unico a dirti quello che dovevi fare. Non c’era più lo Stato totalitario a cui obbedire. Non c’era più Mussolini, il Capo, che pensava per te e agiva per te. Di colpo, dopo anni di disciplina e di obbedienza passiva, ci si ritrovava soli con sé stessi e con la propria coscienza. E fu in quelle singole coscienze che scattò la molla del riscatto e nacque la voglia di ricostruire. Quella febbre di passione e di impegno riuscì a contagiare e a coinvolgere anche chi la Resistenza non l’aveva fatta e comunque si era tenuto lontano da quel mondo. La vita ricomincia, Vivere in pace, Il sole sorge ancora, Abbasso la miseria, Un uomo ritorna sono i titoli di alcuni dei film che uscirono nel 1946: un controcanto di ottimismo alla disperazione denunciata da Sciuscià e da altri film del neorealismo, pure del 1946.
Una scintilla riuscì a innescare le fiamme di una volontà collettiva che, senza soluzione di continuità, dai singoli e dal basso si propagò verso l’alto, fino a contagiare un’intera classe dirigente, pienamente all’altezza dei compiti che fu chiamata ad affrontare.
Questo circuito virtuoso che coinvolse uomini, donne, partiti, istituzioni fu il segreto racchiuso in «quello che cominciò» il 25 aprile 1945. L’assunzione di responsabilità da parte dei singoli individui si trasformò allora in una grande risorsa collettiva e ci indica oggi la strada per un nuovo inizio. Nessun «25 aprile» è uguale a un altro; ogni anniversario racchiude le inquietudini del presente più che i ricordi del passato. Quello di quest’anno ci dice che se oggi ci fosse la possibilità di replicare lo slancio che ci portò al «miracolo», allora potremmo guardare con un briciolo di ottimismo ai tempi duri che ci aspettano. —
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