Il Pd non c'è: chi se ne è accorto?
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. Il problema non è che non ha detto niente, ma che nessuno se ne sia accorto. Il Pd reggiano dal day after delle elezioni regionali (26 gennaio) ad oggi (26 aprile) è sparito. Non v’è traccia di quello che è ritenuto il maggiore partito della città e del territorio e, per forza di voto, il più importante organismo politico dell’Emilia-Romagna se non del Paese. Sparito.
Cioè, nel momento pandemico il Pd è diventato gravemente anemico. Negli almeno due mesi di generale emergenza, totale apprensione e straordinaria mobilitazione il partito a livello territoriale non ha compilato un documento, diramato una sollecitazione, prodotto e indicato una linea. O – in maniera più spicciola e indispensabile – rincuorato, ringraziato, proposto, incoraggiato. Già lo sento. Qualcuno insorgerà nel dire che i sindaci sono in prima linea, la loro attività è diurna e notturna, faticosa e costante. È vero. Ma i sindaci fanno attività amministrativa, sono i primi cittadini.
Qui sta l’equivoco: o il Pd nel Reggiano è allora un partito di sindaci (quali, quanti e come?) oppure del Pd se ne può fare meno se non per le elezioni. Sapete quand’è che il Pd è riapparso? Per espletare un adempimento, esattamente giovedì 23 aprile, quando la presidente dell’assemblea provinciale Gigliola Venturini ha informato che il segretario Andrea Costa era dimissionario per incompatibilità. Con una lettera, senza data (una svista?).
Adempimenti, secondo regolamento. Costa, essendo stato eletto consigliere regionale il 26 gennaio risultava incompatibile con la carica di sindaco di Luzzara e con l’incarico di segretario provinciale del Pd. La Venturini ha ricordato che le dimissioni di Costa datano al 16 aprile e che le sono pervenute il giorno seguente.
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Domanda: che cosa ha fatto Costa fra la sua elezione in Regione e le sue dimissioni da segretario provinciale del partito? Che cosa ha fatto il suo partito in novantuno giorni? Non poteva comunque indicare un segretario ad interim? Sta di fatto che all’indomani dalla sua elezione in consiglio regionale Costa è andato in stand by.
Anzi, Costa s’è pure sfogato. In una lettera, della quale la Gazzetta l’altro ieri ha pubblicato la sintesi, l’ex segretario fa riferimento a incomprensioni e conflitti, disimpegni, rincorse, rancori, al naufragio economico di Festareggio, ai debiti. I rapporti interpersonali si sono mangiati la politica. Il dilemma: “e adesso – proprio di questi tempi - chi guida il Pd reggiano”?
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A rispondere alla domanda è la stessa Giglioli, nella lettera inviata ai componenti dell’assemblea e della direzione provinciale: “All’indomani delle elezioni regionali, come correttamente riportato nella missiva di Andrea Costa si era cominciato a valutare le ipotesi per una proposta di traghettamento della federazione fino al 2021, data prevista per lo svolgimento del prossimo congresso, o in alternativa di proporre un congresso anticipato vista la concomitanza del congresso regionale che si sarebbe dovuto svolgere in aprile o maggio.
La discussione come pure la convocazione dell’assemblea provinciale si è interrotta e resa impraticabile per i sopravvenuti provvedimenti legati al coronavirus. Ad oggi non siamo ancora in grado di proporre una data per la convocazione ma sarà mio impegno procedere appena possibile”.
Da fine gennaio, dunque, s’era cominciato a parlare di traghettamento, cioè di una segreteria provvisoria, per un anno. Poi anche dell’eventualità (o disponibilità) di Costa di rimanere con una proroga, mentre si andava affacciando il coronavirus che poi è dilagato. Ci è stato raccontato che una parte non ha accettato. E così l’attività, la presenza, la guida del maggior partito è rimasta più che surgelata. Una vera e propria paralisi del Pd nel periodo più difficile della città e della provincia, del Paese.
In assenza di segretario provinciale esistono comunque l’assemblea e la direzione, come esistono telefoni, social, multiconnessioni con le quali ci si può parlare e vedere a distanza e in tempo reale.
Ho usato la metafora della paralisi del partito. Ma ho sbagliato. Perché il suo sistema nervoso è sempre vivissimo, puntualmente elettrico. Chissà se è una coincidenza o una decisione del destino: lunedì il gruppo consiliare Pd del capoluogo ha deciso di non votare una mozione di Forza Italia che sostiene l’appello del vescovo per la ricostruzione, “perché non si può tirare il vescovo per la giacchetta”, ha spiegato alla Gazzetta il segretario cittadino Luca Cattani, cioè è sbagliato strumentalizzare politicamente il richiamo del capo della diocesi. Così la mozione è passata con i voti dei berlusconiani e delle altre destre.
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Pare che il gruppo si sia anche tirato per la tonaca (il termine è più consono) fra i cattolici e i laici, fra i post-renziani e i pre-renziani. E’ proprio lì, in nuce, il travaglio del Pd e il combattimento per la segreteria che ora va vivendo una tregua armata. Dopo i 7 anni e mezzo di Costa in equilibrio fra le origini bersaniane, il baricentro locale di Delrio, il passaggio del turborenzismo, la camomilla zingarettiana, a chi tocca?
Credo che la risposta – in questo momento, in questa situazione – interessi proprio a nessuno. Se non ai direttissimi interessati. E a tutti quei fornitori, a cominciare da Festareggio, che sono in attesa di risposte. Di un interlocutore. A chi tocca? —
STEFANO SCANSANI
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