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A Reggio Emilia a rischio 120 locali e 1.500 lavoratori: «Abbiamo bisogno di misure concrete»

Martina Riccò
A Reggio Emilia a rischio 120 locali e 1.500 lavoratori: «Abbiamo bisogno di misure concrete»

Fabio Zambelli, presidente provinciale di Fipe Reggio Emilia «I prossimi 8-9 mesi saranno tragici, il governo ci aiuti»

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REGGIO EMILIA

Possibilità di attivare il servizio di asporto, cancellazione di Imu, Tari e tassa sul suolo pubblico, reintroduzione dei voucher per lavoro occasionale. Sono alcune proposte avanzate dalla Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe) per risollevarsi dal lockdown che, nel settore dei pubblici esercizi, è calato come una scure. Sul territorio nazionale sono a rischio chiusura oltre 50mila locali, e la situazione è drammatica anche nella nostra provincia. «Se il governo non si affretta a correre ai ripari rischiamo la chiusura di circa 120 attività – spiega Fabio Zambelli, presidente provinciale Fipe Reggio Emilia – con conseguente perdita di posti di lavoro. Inoltre se sono vere le restrizioni di cui si parla, che giustamente devono essere rispettate per evitare il contagio, prevediamo il 45-50% in meno di fatturato per tutti».

Quanti esercizi pubblici ci sono a Reggio Emilia e provincia?

«Secondo l’ultimo dato del registro di imprese della Camera di Commercio, anno 2019, le imprese del settore della ristorazione e affini sono 3.099. Facendo una media, perché ovviamente ci sono locali con più dipendenti e altri che ne hanno solo due, parliamo di circa 13mila persone occupate nel settore dei pubblici esercizi».

Di queste quante rischiano di perdere il posto di lavoro?

«Se consideriamo che 120 locali potrebbero non riaprire mai più, i lavoratori a rischio sono 350, stando bassi. Con gli extra – tutti i ragazzi e le ragazze che lavoravano nei weekend o nel periodo estivo – si arriva a circa 1.500. A tal proposito Fipe sta cercando di lavorare per i voucher, essere più flessibili potrebbe servire per riaprire».

Le misure prese dal governo sono state d’aiuto, finora?

«Le misure prese finora non sono abbastanza. Noi abbiamo bisogno di liquidità. Ci è stato concesso di spostare debiti in avanti, con la sospensione dei mutui e dei tributi, ma non basta. Anche il prestito garantito fino a 25mila euro è un indebitamento. Ma non possiamo pensare che si possano pagare dei debiti con altri debiti».

Di cosa ci sarebbe bisogno?

«Innanzitutto il governo dovrebbe essere più chiaro e tempestivo. Dovrebbe darci la possibilità di organizzarci, non comunicarci le decisioni dal giorno alla notte, come è stato fatto con la chiusura. Poi credito di imposta al 100% su tutto ciò che riguarda le misure di protezione: mascherine, guanti, occhiali, prodotti per la disinfezione... La sicurezza deve restare al primo posto, sia per noi sia per i nostri clienti, ma già avremo un calo di fatturato del 50%, non possiamo accollarci anche questi costi».

La consegna a domicilio potrebbe essere una soluzione?

«No, i costi della consegna a domicilio non possono essere sostenuti sul lungo periodo. In questo momento c’è chi ha attivato il delivery, ma più per un discorso di prossimità e vicinanza. La consegna è servita forse a non pensare tutto il giorno a quello che stava accadendo, e anche a rimanere presenti sul territorio. Una soluzione potrebbe essere l’asporto: permetterebbe di lavorare in sicurezza senza costi aggiuntivi».

E introdurre turni di accesso nei locali, ad esempio nei ristoranti?

«Potrebbe essere un’idea. Per questo abbiamo chiesto al Comune di Reggio di allungare l’orario di somministrazione di bevande alcoliche e prorogare l’orario di chiusura dei locali. Avrebbe senso anche agevolare l’accesso al centro storico togliendo il disco orario a partire dalle 17, ad esempio. E poi cancellare la tassa sul suolo pubblico o almeno scontarla. In alternativa si potrebbe ampliare direttamente la superficie, concedendo spazi all’aperto più ampi per garantire il distanziamento. Abbiamo davanti 8-9 mesi tragici – conclude Zambelli – abbiamo bisogno di essere accompagnati». —


 

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