Appello di Aemilia, è bagarre sul riavvio
La Corte ha comunicato le linee-guida per ripartire il 14 maggio, ma i difensori non ci stanno: «È alto il rischio-contagi»
Tiziano Soresina
REGGIO EMILIA
Prove tecniche, al tempo del Coronavirus, per far ripartire nell’aula-bunker del carcere bolognese della Dozza un processo a dir poco affollato e complesso come l’appello di Aemilia.
L’emergenza legata al Covid-19 ha già fatto saltare tre udienze, perché un processo di quella portata è apparso subito del tutto inconciliabile con la pericolosissima pandemia in atto. Fra l’altro l’ula-bunker del carcere felsineo nei giorni caldi della rivolta (9 marzo) era stata allestita ad infermeria e dovrebbe essere già stata sanificata in vista delle udienze, anche perchè nel penitenziario di Bologna non sono mancate positività al virus fra i detenuti. Due mesi di stop forzato che la magistratura si vuole ora mettere alle spalle, sulla scia della riapertura dell’attività penalistica prevista in tutta Italia a partire dal 12 maggio, tenendo presente anche le nuove linee guida in corso di formazione da parte della Corte d’appello di Bologna. Da qui la definizione del “meccanismo” per riavviare il 14 maggio il maxiprocesso, incontrando però sinora l’ostilità – più o meno sotto traccia – degli avvocati difensori.
Una bagarre giudiziaria che permane, in attesa oltretutto di conoscere dal Governo le linee guida per la ripartenza fissata per il 4 maggio. Essendo ancora da affrontare le questioni preliminari, l’udienza di riavvio dovrebbe coinvolgere non poche persone: sette magistrati fra collegio giudicante e pm, ogni imputato – e sono abbondantemente sopra i cento – ha più di un difensore, poi vi sono i non pochi avvocati di parte civile, le forze dell’ordine, qualche accusato a piede libero che intende partecipare. E proprio per monitorare anticipatamente l’afflusso è stato notificato in questi giorni agli avvocati l’atto con cui la Corte richiede a difensori (di imputati non detenuti) e parti civili di comunicare – almeno 5 giorni prima dell’udienza – l’intenzione di partecipare o meno da parte dei rispettivi assistiti “per consentire al presidente del Collegio la predisposizione degli accessi e degli spazi idonei a salvaguardare le primarie esigenze di carattere sanitario”. Insomma “numeri” necessari per garantire la distanza di sicurezza fra persone, oltre all’uso di mascherine, guanti, gel igienizzante.
Una “riapertura” che però non piace ai penalisti in fermento da giorni. Contattata dalla Gazzetta, l’avvocatessa Carmen Pisanello (difensore di Michele Bolognino ed altri) fa da portavoce per i colleghi ed evidenzia il disagio dei legali: «Sarebbe di buon senso – entra nel merito l’avvocatessa Pisanello – rinviare il processo a dopo il 30 giugno, evitando così i rischi di contagio. Un posticipo a garanzia della salute di tutti i partecipanti, inoltre questo ritardo non crea nessuna incidenza negativa sul procedimento stesso». L’ultima allusione è ai termini di prescrizione e soprattutto a quelli legati alle misure cautelari (attualmente è bloccato, da decreto, il decorrere dei termini). Una materia, la detenzione cautelare, molto spinosa e complicata, con calcoli sulla durata (in cella, dal 2015, vi sono molti accusati di associazione mafiosa) che vedono interpretazioni diverse fra accusa e difesa. Sul “piatto” poi gli avvocati mettono che gran parte di loro risiede lontano, con relative difficoltà d’alloggio a Bologna (alberghi chiusi) e di trasporto (rimarrà il divieto di spostamento da una regione all’altra?). Vedremo coma andrà a finire. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
