Temono il contagio in cella e ora puntano ai domiciliari
In carcere perché invischiati in operazioni antimafia fanno istanza Carmine Sarcone, Cosimo Amato, Antonio Muto e Giuseppe Iaquinta
REGGIO EMILIA
Alcuni detenuti coinvolti nelle inchieste reggiane sulla 'ndrangheta – nello specifico le operazioni Aemilia, Grimilde e quella sugli spari d’inizio 2019 contro alcune pizzerie – stanno chiedendo tramite i loro avvocati difensori di poter scontare la pena agli arresti domiciliari, invocando il timore di ammalarsi in carcere di Coronavirus.
A partire da Giuseppe Iaquinta – padre di Vincenzo, calciatore campione nel mondo con gli azzurri nel 2006 – che è stato condannato a 19 anni di reclusione nel primo grado del maxiprocesso Aemilia ed ora attende, in cella a Voghera, l’esito dell’Appello appena alle prime battute. Non ancora esaminata dall’organo competente la richiesta di Iaquinta. Il figlio Vincenzo ha di recente scritto un post su Instagram indirizzato al premier Giuseppe Conte e al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in cui ha ribadito l’innocenza del padre e denunciato come il genitore si trovi in una cella in cui – a suo dire – mancano del tutto le distanze di sicurezza anticontagio.
Dopo due istanze respinte, attende il pronunciamento del Riesame il 41enne Carmine Sarcone, condannato dal gup nel giugno scorso a 10 anni di carcere perché considerato il nuovo reggente della ’ndrangheta emiliana (con epicentro a Reggio Emilia). Anche Antonio Muto (classe 1971, sotto processo sia in Aemilia che in Grimilde) teme il contagio da Covid-19 e ha fatto istanza di scarcerazione. Infine ha chiesto i domiciliari Cosimo Amato – figlio di Francesco – arrestato insieme ai fratelli per la tentata estorsione ad alcune pizzerie reggiane. —
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