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«Quando il rischio di epidemia salvava centinaia di “malati” dalla deportazione»

«Quando il rischio di epidemia salvava centinaia di “malati” dalla deportazione»

Gianluca Marconi ricorda l’eroismo del nonno Pasquale Il “morbo di K” fu l’idea di altri tre coraggiosi medici romani

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Castelnovo Monti

In Italia il grosso delle celebrazioni per la fine della guerra e la Liberazione si svolgono il 25 aprile, giorno in cui il comitato di liberazione nazionale proclamò l’insurrezione nel nord Italia e i tedeschi erano ormai in rotta oltre confine.

In Europa e nel mondo

Ma in tutta Europa in questi giorni si svolgono celebrazioni sugli ultimi giorni del conflitto, 75 anni fa, che proseguiranno ancora per diverso tempo.

Ricordiamo ad esempio che Mussolini fu catturato il 27 aprile, e fucilato il 28. Il suicidio di Hitler nel bunker di Berlino avvenne il 30 aprile. La fine della seconda guerra mondiale in Europa avviene di fatto il 7 maggio con la resa della Germania, mentre lo scenario nel Pacifico vide proseguire gli scontri fino al 15 agosto, data della resa del Giappone, solo dopo le atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Le celebrazioni sulla fine del conflitto vanno ancora avanti dunque, spesso accompagnate (non solo in Italia) anche da alcune polemiche, abbastanza stucchevoli e fortunatamente minoritarie, sull’opportunità di festeggiare un momento che vedeva ancora forte contrapposizioni politiche, alcune che sembrano protendersi ancora oggi.

Ma per comprendere il senso di queste celebrazioni, è importante capire il carico di sofferenze trasversali a cui pose fine la cessazione delle ostilità.

Ad esempio due storie interessanti vengono raccontate da Gianluca Marconi, ex sindaco di Castelnovo Monti e nipote di Pasquale Marconi, tra i fondatori delle brigate partigiane Fiamme Verdi e poi tra i padri costituenti.

L’epidemia

«Recentemente mi è capitato di leggere una bella storia scritta da Pietro Borromeo, figlio di Giovanni Borromeo, su una terribile epidemia di una malattia sconosciuta e pericolosa riscontrata a Roma. Ho trovato la storia, molto interessante, anche perché mi ha ovviamente ricordato la nostra situazione attuale (Gianluca Marconi è stato appena dichiarato guarito dal coronavirus, ndr). La malattia si chiamava morbo di K., aveva sintomi molto gravi ed era estremamente contagiosa, ma grazie all’intuizione di tre medici eccezionali, Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti, non ci fu nessuna vittima. Tutti i malati, messi in isolamento in un padiglione dell’ospedale Fatebenefratelli, si salvarono miracolosamente e così anche i medici e infermieri, nonostante il morbo di K. fosse molto contagioso. Iniziò tutto il 16 ottobre 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma, quando le SS fecero un orrendo rastrellamento costringendo 1024 persone, tra cui centinaia di bambini, a salire sui treni per Auschwitz. Qualcuno però riuscì a evitare i nazisti e a salvarsi, cercando rifugio proprio sull’isola Tiberina dove il coraggioso dottor Borromeo, primario dell’ospedale, decise di ricoverarli tutti, quasi un centinaio. Ovviamente bisognava compilare una cartella clinica per questi pazienti speciali. E così i tre medici, in particolare Vittorio Sacerdoti, che in quanto ebreo era già stato vittima delle leggi razziali e lavorava sotto falso nome, immaginarono una malattia orrenda, devastante e contagiosa, il Morbo di K., dove la K indicava in realtà Kesselring. I finti ricoverati furono messi tutti in un reparto speciale, in isolamento. La sera del 16 ottobre 1943, quando i nazisti arrivarono a perlustrare l’ospedale, trovarono i tre medici, Borromeo, Ossicini e Sacerdoti con delle mascherine sul volto, preoccupatissimi per lo scoppio di questa improvvisa e pericolosa epidemia. I nazisti allora pretesero di vedere tutte le cartelle cliniche, dato che c’era anche un medico tra loro, ma alla richiesta del dottor Borromeo di andare a visitare personalmente i malati, ebbero paura di questo terribile morbo di K. e preferirono andarsene. E così tutti i finti malati ricoverati in isolamento si salvarono dall’orrore nazista».

Borromeo, Ossicini e Sacerdoti continuarono quotidianamente ad aiutare ebrei e partigiani fino alla fine della guerra».

Anche al Sant’Anna

«Questa storia – aggiunge Marconi – mi ha fatto immediatamente ripensare a mio nonno Pasquale. Quanti prigionieri alleati, russi, partigiani; quanti ebrei raccolse e nascose nel suo ospedale a Castelnovo Monti. Li curò, fornì loro i documenti falsi e li fece portare da persone fidate oltre la linea Gotica. Ricordo inoltre quando bloccò i militi fascisti che stavano portando gli ebrei libici chiamati bengasini che erano a Castelnovo a Fossoli, per poi essere deportati nei campi di sterminio. Li abbracciò uno per uno e chiese loro scusa per quello che alcuni italiani gli stavano facendo. Per queste vicende fu arrestato, processato per un reato che prevedeva la condanna a morte». Conclude il pediatra castelnovese: «Vincenzo Cersosimo, pubblico ministero a Verona nel processo contro Galeazzo Ciano e gli altri gerarchi che votarono contro Mussolini e lo fecero cadere da presidente del Consiglio il 25 luglio del ’43, ricordò in un suo libro anche l’incontro con Pasquale Marconi al suo processo. Quando gli chiese se le accuse che gli venivano mosse erano vere, lui rispose: “Io sono un medico e nel malato io vedo l’Uomo, il mio prossimo che ha bisogno delle mie cure. Non mi preoccuppo se è fascista, partigiano, prigioniero, ebreo”. Il giudice Cersosimo scrive: “Non potei fare a meno di alzarmi e abbracciare questo grande medico”. Il nonno fu poi trasferito al monastero di San Benedetto a Parma in detenzione, sotto la responsabilità dell’Abate. Poi scappò sui nostri monti dove, con il nome di Franceschini, fu vicecommissario politico del Cnl reggiano». —

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