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A Reggio riparte il 90% delle ditte «Speriamo che ci sia continuità»

Ambra Prati
A Reggio riparte il 90% delle ditte «Speriamo che ci sia continuità»

Nella nostra provincia 508 aziende già tornate al lavoro Il segretario della Cgil: «Il rischio è chiudere tra 15 giorni»

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REGGIO EMILIA

Tutti incollati al televisore, nel tentativo di orientarsi nel rebus delle riaperture per categoria merceologica. In realtà la battaglia di date è un falso problema: non solo per il presunto “liberi tutti” del 4 maggio, che consentirà alla stragrande maggioranza delle imprese di riaprire i battenti, ma perché – grazie al sistema della comunicazione – sono 508, a Reggio, le ditte che hanno già avviato l’attività.

«Un sistema che non ha funzionato affatto: di fatto la ventilata chiusura è stata aggirata così», commenta il segretario provinciale Cgil Ivano Bosco, che addita senza mezzi termini i “furbetti della riapertura”.



Secondo i Dpcm che si sono succeduti (22 marzo poi ampliato il 25 marzo, 10 aprile e 26 aprile), sono stati autorizzati in automatico a proseguire l’attività alcune tipologie di imprese rientranti nei cosiddetti codici Ateco (acronimo di attività economiche): alimentari, agricoltura, servizi alla persona, pochi negozi (quali tabaccherie e prodotti igienizzanti). Invece le imprese che non rientrano nella lista Ateco ma producono per destinatari finali Ateco (ad esempio sacchetti o imballaggi per l’alimentare) possono continuare a lavorare sulla base di una semplice comunicazione in prefettura: un modulo scaricabile dal sito web. La prefettura è tenuta a eseguire un’istruttoria tramite controlli incrociati e guardia di finanza; se emerge qualche irregolarità, il prefetto può emettere un decreto di sospensione.

Non solo è una sistema macchinoso, che ha indotto molti commercialisti a chiedere lumi. È pure una sorta di autocertificazione. Se è vero che la maggior parte delle comunicazioni sono ritenute regolari, visti i tempi ristretti la maggior parte delle istruttorie sono ancora in corso e alcuni provvedimenti di sospensione previsti dalla prefettura sono in corso di revisione in vista del 4 maggio, quando l’attenzione si sposterà non più su chi può lavorare o chi no, bensì sul rispetto delle prescrizioni igienico-sanitarie.

Passando in rassegna l’elenco delle 508 comunicazioni – dato aggiornato al 28 aprile – si trova di tutto: accanto a realtà reggiane importanti ci sono studi dentistici, ottici, fioristi, idraulica, edilizia, arredobagno, marmi, officine, oleodinamica, tornerie, utensilerie, società cooperative. Perfino tre ditte di confezioni cinesi, che riportano la dicitura “in istruttoria”, mentre la maggior parte è classificata come “esiti istruttori in coerenza con previsioni di cui al Dpcm 22 marzo”, il placet.

«In queste 508 ditte c’è l’indotto reale, ma c’è anche chi produce collanine, cioè prodotti che non c’entrano nulla con la filiera. In pratica, «chiunque ha potuto ripartire dichiarando di garantire le condizioni di sicurezza, lasciando alla prefettura (che non ha nemmeno l’organico necessario) l’onere del controllo – dichiara il segretario Cgil Bosco – Questo strumento del silenzio assenso, stabilito dal Dpcm, è quantomeno equivoco. È un sistema che premia i furbetti. Noi abbiamo visto aziende serissime che si sono attenute alle regole e sono rimaste chiuse, altre che hanno usato questa scorciatoia per proseguire».



La maggior parte del mondo imprenditoriale sta utilizzando i pochi giorni che ci separano da lunedì prossimo per organizzare la sicurezza nei luoghi di lavoro in tempi di pandemia.

«La Regione ha dato l’ok alle filiere automotive, edilizia, moda, ceramiche e nautica – prosegue il segretario provinciale della Camera del lavoro – Assisteremo, laddove è possibile, a una grande ripartenza. Stimiamo che a Reggio ripartirà il 90% delle imprese, con modalità differenti per evitare che i dipendenti si incrocino. Mi auguro che questa fretta che c’è stata nel riavviare porti continuità, altrimenti si rischia di richiudere tra 15 giorni».

Fretta?

«La spinta data dalla Regione ci è parsa un voler ribadire a tutti i costi il modello emiliano: così si bada più agli interessi delle aziende che alla salute delle persone».

Osserviamo che il sindacato pare tutelare una piccola parte di lavoratori, quelli in cassa integrazione percepita. «No, noi ci occupiamo di tutti i lavoratori, tant’è che abbiamo ritenuto sufficienti le tutele dei lavoratori del commercio. Noi non diciamo che si deve vivere di cassa integrazione e assistenzialismo: non funziona così – replica Bosco – Diciamo solo che se le imprese riprendono devono assicurare la continuità. Da lunedì la Cgil continuerà a fare quello che ha sempre fatto: saremo vicino ai lavoratori e vigileremo» —



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