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la protesta 

Le luci di duecento locali simboli di speranza e paura

Leonardo Grilli
Le luci di duecento locali simboli di speranza e paura

Molti ristoranti della città hanno aderito alla manifestazione di martedì notte I titolari hanno aperto per qualche ora, soli nelle loro attività vuote da settimane

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reggio emilia

In quei tavoli molti reggiani hanno condiviso momenti importanti. Hanno riso, si sono innamorati, hanno pianto o hanno dimenticato gli affanni della vita fra un piatto caldo e una parola gentile di un cameriere o un cuoco che negli anni è diventato quasi un amico. Ma in molti di quegli stessi tavoli, se non dovessero essere presi provvedimenti urgenti, si rischia di non tornare più.

La categoria dei ristoratori è una delle più colpite dai provvedimenti per il contenimento del Coronavirus e sarà ancor più colpita quando ne sarà decisa la ripartenza.

Una crisi che inizia a farsi pesante, per molti insostenibile, e che è all’origine della manifestazione nazionale di martedì notte, alla quale hanno aderito anche molti ristoranti della città. Oltre duecento luci sono tornate a illuminare attività chiuse al pubblico da settimane, anzi mesi, accese dai titolari che per qualche ora hanno riaperto solitari i loro locali.

Qualcuno di loro si è commosso, altri erano più rassegnati, ma in tutti convivevano la paura di non riuscire a farcela e la speranza di un popolo abituato a ripartire rimboccandosi le maniche. Fra di loro anche Federico Riccò, titolare del “Bottega 39” in piazza XXIV Maggio: «Siamo in un momento di grandissima difficoltà e questo è il motivo del flash-mob di questa sera e della consegna delle chiavi al sindaco di domani (ieri, ndr). Da soli sarà molto difficile venirne fuori».

I tre mesi di lock down previsti con la riapertura per i ristoranti fissata al primo giugno «sono troppi – spiega ancora Riccò – anche per gente come i ristoratori, che è da sempre abituata a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare, a non stare mai ferma, a lavorare 10 o 12 ore al giorno. In questo momento c’è bisogno di aiuto, deve arrivare presto e in modo concreto e importante».

Di aiuto maggiore da parte dello Stato parla anche Giovanni Ghirelli, titolare del “Màgna e Tés” di via Manfredi: «Vogliamo richiamare le istituzioni affinché ci diano un aiuto più concreto per ripartire in modo adeguato. Così non è sufficiente, così non è abbastanza, così tanti riapriranno ma saranno costretti a chiudere molto presto. Ci aspettiamo delle cose e le aspettiamo presto».

Un quadro disperato della crisi è quello dipinto da Andrea Beggi, titolare del ristorante “I fratellini” di via San Carlo: «Abbiamo bisogno di aiuto, altrimenti quando sarà ora di ripartire non so chi ce la farà. Capisco la problematica del virus, però non possiamo saltarci fuori con 600 euro al mese. Con le spese che abbiamo con 600 euro ci paghiamo la tassa sulla luce. È impossibile. Si sperava che lo Stato facesse qualcosa, in Germania danno 9mila euro alle aziende come le nostre con cinque dipendenti, 15mila con più di dieci dipendenti, in questo modo si potrebbe aspettare in casa con la mente più serena. Ma così diventa veramente dura partire e soprattutto anche solo sperare di ripartire». —



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