Gazzetta di Reggio

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il dramma del settore abbigliamento 

«Siamo pieni di vestiti pesanti che nessuno vorrà comprare»

Martina Riccò
«Siamo pieni di vestiti pesanti che nessuno vorrà comprare»

Stefano Gherardini, titolare dei negozi Stock House insieme al fratello Giovanni «Abbiamo bisogno di aiuto, questo è un incubo che non ci fa dormire di notte»

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REGGIO EMILIA

«Siamo chiusi dal 10 marzo e riapriremo il 18 maggio, ma a differenza di bar e ristoranti, ma anche di parrucchieri ed estetiste, difficilmente riusciremo a vendere la nostra merce. Merce che abbiamo già pagato, o che dovremo pagare a breve».

È Stefano Gherardini, titolare insieme al fratello Giovanni dei negozi Stock House in zona Pappagnocca e in via Kennedy, a raccontare le drammatiche difficoltà del settore dell’abbigliamento. «Noi abbiamo due negozi – spiega – e prima del Coronavirus facevamo quattro mercati (uno a Modena, due a Parma e uno a Mantova). Adesso chissà cosa accadrà. Tra negozi e magazzino avremo più di tremila maglie, 400 piumini... senza considerare i pantaloni, le felpe, tutti quei capi da mezza stagione che avremmo venduto in questi mesi ma che, quasi sicuramente, non riusciremo più a vendere a fine maggio. Il mondo dell’abbigliamento è un mondo strano, nel giro di pochi mesi cambiano i modelli, i colori, quello che andava di moda d’un tratto non lo è più. È una situazione davvero pesante».

Con il 50% in meno dell’incasso e i costi fissi invariati, il futuro non è roseo. «Ogni tanto vado in negozio per controllare che tutto sia a posto – racconta Gherardini – Arrivo, vedo tutto buio, mi assale la tristezza. Poi apro la porta, e cosa ci trovo sotto? Cinque lettere: una della banca, le altre bollette. Perché acqua, gas e luce dobbiamo pagarli lo stesso. E poi siamo in affitto. Al momento il padrone ci ha sospeso il pagamento, ma prima o poi dovremo restituirgli tutto. Abbiamo cinque dipendenti, che al momento stanno ancora aspettando l’erogazione della cassa integrazione da parte dell’Inps. Purtroppo, se la situazione non migliorerà, non siamo sicuri che riusciremo a tenerli tutti con noi. Ed è la cosa peggiore che possa avvenire. È una sofferenza».

La certezza della riapertura non basta a cancellare la paura: «Siamo sicuri che le persone, con tutto quello che è successo e sta succedendo, abbiano voglia di venire a comprare vestiti in negozio? E i mercati, riprenderanno mai? Ci ritroveremo con i negozi e il magazzino pieni di merce pagata e che non riusciremo a vendere, perché a fine maggio la gente cerca vestiti leggeri, non certo piumini o capi felpati. E svendere un capo che hai pagato a prezzo pieno non è certo una buona idea. Anzi, potrebbe succedere che i clienti decidano di aspettare i saldi di luglio per fare acquisti, cosa che ci metterebbe ancora più in ginocchio. Da anni noi commercianti sosteniamo che i saldi andrebbero spostati: a fine febbraio quelli invernali e in settembre quelli estivi, per permetterci di fare la stagione intera. Questa potrebbe essere l’occasione per cambiare».

Restano poi tanti dubbi su come riaprire: «Ci hanno detto che riapriremo il 18 maggio, ma cosa dovremo fare? Far entrare pochi clienti alla volta in negozio, va bene. Indossare mascherine e guanti, li abbiamo. Pulire e sanificare, d’accordo. Ma come si fa con i vestiti che vengono provati e poi non acquistati? O al mercato? E poi quando ci consentiranno di andare in negozio? Per pulire, mettere a posto i vestiti, prezzare quelli che non sono stati prezzati ci vorranno almeno 2-3 giorni».

«Abbiamo bisogno di aiuto – sospira Gherardini – e i finanziamenti a 5 anni certo non bastano, bisognerebbe ragionare su 15-20 anni altrimenti rischiamo, tra 5 anni, di doverci indebitare ancora. Io finora ho perso 200mila euro, non oso immaginare i negozi più grandi di me. Siamo davvero molto preoccupati, questo è un incubo che non ci fa neanche dormire la notte». —



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