Gazzetta di Reggio

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Fim cisl 

«A Reggio l’80% delle imprese ripartito ma serve sicurezza»

Il sindacato denuncia aziende  che lavorano senza protocolli  sanitari condivisi o poco rigorose  nell’applicazione dei decreti 

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REGGIO EMILIA

«La Fase 2 nelle imprese metalmeccaniche di Reggio Emilia e Modena era di fatto già avviata da tempo». A dirlo è Giorgio Uriti, della Fim Cisl dell’Emilia Centrale viste le cifre comunque «impressionanti» delle aziende dell’Emilia Romagna rispetto agli ammortizzatori sociali. Imprese che occupano oltre 220.000 persone per le quali è stato richiesto un massiccio utilizzo degli ammortizzatori sociali. Infatti oltre 115.000 lavoratori sono stati o sono interessati da integrazione salariale: 23.000 a Reggio, circa 31.000 a Modena. «È una cifra enorme, senza precedenti» taglia corto il sindacato. Sono circa l’80% delle 1.300 le aziende reggiane (17.200 in Regione) che sono già ripartite prima del lockdown: le richieste e le autocertificazioni al Prefetto sono state numerosissime. Molte aziende che non hanno mai chiuso. Solo poche grandi aziende, tra cui alcune legate alla produzione di macchine agricole (Argo Tractors) o elettrodomestici (come Smeg e Bertazzoni) hanno scelto questi giorni per la ripartenza.

«Di fatto per molti lavoratori al 4 maggio saremo già alla seconda o terza settimana di lavoro dopo l’emergenza: su questo punto, noi della Fim Cisl, siamo molto critici. Nonostante svariate segnalazioni alle Prefetture da parte del tavolo di lavoro tra Cgil-Cisl-Uil e Prefetto, non abbiamo avuto riscontri accettabili. Vi sono aziende che lavorano senza protocolli sanitari condivisi, vi sono aziende poco rigorose nell’applicazione dei decreti ministeriali ed aziende che continuano a lavorare senza alcuna specifica precauzione. Siamo alla vigilia del Primo Maggio dedicato quest’anno a salute e sicurezza sul lavoro, ed accanto ad aziende puntuali, precise, rigorose e socialmente responsabili, ne abbiamo altre dove sarebbe necessario un intervento ispettivo immediato».

Nelle aziende sono indispensabili i comitati anti-covid indicati dal decreto ed è consigliabile che questi comitati siano “paritari”. «Dalla collaborazione tra lavoratori ed aziende, in tempo di pandemia, non si può prescindere. Insieme occorre definire come tutelare i lavoratori fragili, trovare soluzioni aziendali per la conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro, garantire le tutele genitoriali a fronte di scuole chiuse, riprogettare insieme uffici e stabilimenti produttivi, proseguendo con lo smart working e modificando postazioni e cadenze di lavoro. In molte aziende lo stiamo facendo, ma dove il sindacato non è presente, purtroppo accade di tutto. I comitati aziendali anti-covid svolgono una funzione determinante nella stesura dei protocolli. Un buon protocollo dovrebbe essere completo, non lasciare nulla al caso». —

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