«Non si potrà ripartire senza giuste retribuzioni garanzie sui diritti e sicurezza nel lavoro»
Ivano Bosco, segretario generale della Cgil di Reggio Emilia «Molti non guadagnano abbastanza per avere dignità economica»
dalla prima
Abbiamo recepito, in maniera ordinata, che l’obbligo di rimanere nelle nostre case, tranne rare uscite indispensabili ai fabbisogni più impellenti, è forse l’unico mezzo che abbiamo per limitare l’espandersi della malattia. Questo significa anche vivere rinunciando ai contatti umani, alla socialità. E se ci pensiamo, la socialità, la partecipazione, la pratica dello stare insieme sono tra le caratteristiche fondamentali che sono alla base delle ricorrenze delle due festività citate.
La Resistenza, culminata nel 25 Aprile, che altro fu se non un movimento di popolo? Un popolo che aveva adottato il “noi” anziché “l’io” che inculcava il regime. La stessa origine del 1° maggio deriva da scioperi di massa (e parliamo degli anni ’80 del 1800, in Italia la celebrazione venne istituita nel 1890, sospesa dal 1924 al 1944 dal regime fascista e ripristinata dopo la Liberazione), da rivendicazioni che i lavoratori avanzarono collettivamente per chiedere migliori condizioni e una riduzione dell’orario di lavoro. Quest’anno dovremo rinunciare anche a pubblici momenti di festa.
Ciò non ci esime dall’utilizzare questi giorni, con gli strumenti che la tecnologia ci offre, per porre, accanto alla celebrazione, alcuni momenti di riflessione su ciò che è oggi il mondo del lavoro.
C’è la storia, ci sono le origini del 1° maggio che costarono repressione e sangue. Magari potremmo utilizzare un po’ del tempo che siamo costretti a passare in casa per approfondire e capire quali sono le origini di alcune giornate che siamo abituati a vivere come semplici feste.
Ma una riflessione andrebbe fatta anche su cosa e come è considerato il lavoro oggi.
Dopo anni di lotte e di conquiste di diritti civili e di condizioni lavorative migliori, da almeno due decenni stiamo assistendo ad una forte regressione di tutto ciò.
Il lavoro è stato considerato una merce finalizzata all’aumento dei profitti. I diritti un privilegio che impedivano lo sviluppo delle aziende, un limite ad una competizione globale, una contrapposizione tra chi (più anziano) poteva vantarli e chi (giovani, precari) invece veniva convinto che la causa della propria instabilità erano appunto i diritti conquistati dai loro padri.
Non c’è stata distinzione di colore politico tra i Governi nel perseguire queste strade. Anche chi traeva la sua origine dal movimento operaio non si è fatto scrupolo nel seguire questa traccia (vedi job act, eliminazione art. 18).
L’importante era seguire l’ideologia imperante del liberismo. Oggi, in piena pandemia, ci accorgiamo che il lavoro, anche quello manuale, esiste ancora e sta tenendo in piedi il Paese. Penso al personale sanitario, agli operai, ai lavoratori delle pulizie, a chi opera nei supermercati, agli insegnanti che si sono dovuti reinventare il mestiere.
A tutti costoro oggi va garantito di poter lavorare in sicurezza. A quelli che non stanno lavorando, perché la loro attività non rientra tra quelle autorizzate, va garantita, attraverso gli ammortizzatori sociali, continuità di reddito. A chi il lavoro lo aveva perso o lo stava cercando, va assicurata la sopravvivenza e la dignità attraverso erogazioni straordinarie.
Questa crisi ha fatto emergere un fatto eclatante per molti, ma per noi noto: è bastato un mese di mancata corresponsione dello stipendio affinché molte famiglie entrassero in difficoltà.
Significa che molte persone, pur lavorando, non guadagnano abbastanza per garantirsi un livello di dignità economica.
Allora, finita questa fase, cerchiamo di passare dai sentiti ringraziamenti ad atti più concreti. Riconosciamo il valore che il lavoro deve avere, una giusta retribuzione, una garanzia sui diritti universali, la possibilità di lavorare in sicurezza.
Non si potrà ripartire facendo finta che non sia successo niente. Serve rivedere il rapporto pubblico/privato che ha visto il primo da anni soccombere. Riconsiderare l’ansia privatistica che ha colpito il sistema sanitario. Il ridimensionamento del ruolo degli enti locali e della scuola pubblica. Ripensare a un modello di sviluppo che tenga conto, non solo del profitto sempre e comunque, ma dell’equilibrio con ambiente e natura.
Tutto questo può avvenire se si tiene in giusto conto il ruolo del lavoro, se si cambia la concezione che ci ha portato a questi disastri.
Diversamente anche questa pandemia non ci avrà insegnato nulla e verseremo solo lacrime fasulle.
Il 1°maggio sia una festa, ma anche un momento di riflessione per tutti. Ed a tutti, la Cgil di Reggio Emilia augura un buon 1° maggio. —
Ivano Bosco
Segretario Generale
CGIL Reggio Emilia
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