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Noi, disinvolti, spensierati, individualisti E così il vero congiunto resta il virus

Stefano scansani
Noi, disinvolti, spensierati, individualisti E così il vero congiunto resta il virus

La parola, tanto discussa sull’autocertificazione, è all’origine di altri problemi italiani: congiuntivo, congiura, congiuntura La fregola dell “aprire”? Più per una sopravvivenza economica che “di vita”. In due e due quattro tutti virologi e tutti teologi

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REGGIO EMILIA. Dico la mia. E se volete dire la vostra scrivete a lettere.re@gazzettadireggio.it. Capovolgo tutti i buoni propositi e le belle previsioni: dico che, cessato il coronavirus, non saremo migliori. Aggiungo che al di là delle frasi belle e degli spot, la polpa degli italiani resta e resterà la stessa. Dalle cantilene “Io resto a casa”, “Ne usciremo più forti”, “Niente sarà uguale a prima” e “Andrà tutto bene” dopo un paio di mesi è rimasto quasi niente. Perché l’emotività è corta, più corta della memoria. Quando parlo di polpa degli italiani mi riferisco alla nostra sostanza, fatta di disinvoltura e spensieratezza. Questi ingredienti innervano l’individualismo. Esso guasta la vita civile, cioè quella collettiva, il senso della sicurezza sociale. Anche quella sanitaria.

Ecco che, esaurita l’onda del lutto, sperimentato l’isolamento e provato il “tutto chiuso” come un’interruzione della routine, è ricominciato il gioco delle parti. Semplifico: il conflitto oppone le parrucchiere ai toelettatori di cani; il commerciante al minuto alla grande distribuzione; il pizzaiolo al tavolo al pizzaiolo al taglio; il lavoratore con contratto a tempo indeterminato alla partita Iva; chi deve andare in ufficio e chi è in telelavoro; il piccolo industriale al grande “datore” che fa manifatture strategiche; chi ha diritto al prestito dei 25mila euro e chi no. Un bordello (passatemi il termine, è dantesco). A determinare questo stato di disorientamento e conflitto è la politica. La quale, si sa, nel nostro Paese è argomento di discussione secondo solo al calcio e prima del sesso. Se s’azzuffano o contraddicono loro – i politici – cos’altro possono fare di diverso i cittadini? Ad esempio il premier Conte, reduce dal suo “anno bellissimo”, ora deve gestire una catastrofe. È nel mezzo del bersaglio.

Pur essendosi circondato da tecnici e specialisti, e non c’è provvedimento governativo che non abbia il loro avallo, il presidente del Consiglio è sotto il tiro delle opposizioni e di aree della maggioranza. Gli osservatori romani – ma ci vuol poco a intuirlo – intravedono il tentativo d’un cambio di governo. Oppure i protagonisti patetici che non si rassegnano provano ad alzare la voce essendo nella fase del “non ho più nulla da perdere” (Renzi). Oppure ogni occasione è buona per purgare le ostilità dell’estate scorsa, quando in spiaggia si poteva ballare e fare i ministri (Salvini).

Pare passato un secolo. Ma è anche il momento nel quale non bisogna scherzare: l’emergenza è sanitaria. Non partitica, non del garbuglio politico italiano. Se Conte dovesse superare con successo la gran prova della gestione della pandemia, la cometa di Salvini sarebbe destinata a infiacchirsi. Guardate i sondaggi. Ecco perché il leghista è tanto frenetico, pronto a occupare il Parlamento - il tempo di una fotografia - contro i decreti del presidente del Consiglio dei Ministri. Che, lo sappia, sono costituzionalissimi.

MA CHI SE NE FREGA

Il nemico numero 1 del premier, cioè Matteo Salvini, è infatti il campione del bombardamento a grappolo (cioè a caso). Bastino i testi di due tweet per intuire quanto il capo leghista sia un campione dell’incoerenza, oltre il suo “chiudere tutto” e “aprire tutto”. Smesso il tormento di farsi selfie accanto ai cibi tipici, il 26 aprile ha pubblicato la sua reazione a un avviso giudiziario, come se la Giustizia dovesse fermarsi per lui, perché c’è la pandemia: “Mi è arrivata la convocazione al tribunale di Catania, per il 4 luglio. Ditemi voi se è normale in questo momento di emergenza”.

Il giorno seguente ha invece irriso l’emergenza di tutti: “A qualcuno viene il dubbio che qualcuno continui a rimandare perché a qualcuno interessa tenere gli italiani chiusi in casa”.

Il problema è che Salvini e molti altri instillano in chi li legge, in chi li segue, la fregola del sospetto, della sfiducia, dell’esistenza di un piano anti-italiano, della necessità del diritto di riaprire tutto precipitevolissimevolmente. E questo è un guaio, perché corrobora i disinvolti e gli spensierati. I primi diventato sfrontati, i secondi sbadati. Il terzo – il coronavirus – è però sempre attivo e in agguato. Ma chi se ne frega.

LE REGIONI

Quella di tante Regioni italiane è invece una fregola istituzionalizzata. Cioè sono così indipendenti d’aver ingaggiato una specie di corsa. Di velocità. La prima che arriverà avrà dato lo start all’economia, e quindi potrebbe godere di un vantaggio, e troverà un assoluto consenso in chi da settimane e settimane scalpita, preme, chiede di riprendere le attività, se non le ha già riprese: agricoltori, artigiani, commercianti, industriali, liberi professionisti, nessuno escluso. Vi è più risposta a un istinto di sopravvivenza economica che a quella “in vita”. Homo Oeconomicus più che Sapiens.

Disinvolte anche loro, le Regioni. Lasciando stare il grave caso della Calabria, non c’è una volta che un Fontana lombardo o uno Zaia veneto non abbiano detto o fatto il contrario o qualcosa di diverso rispetto al Governo. Il primo sovranista e il secondo autonomista, i due governatori precisano di voler aprire, ma anche di chiudere subito nel caso in cui la pandemia dovesse riesplodere.

Bello, vero? Rispondono più agli impulsi del partito e alle pulsioni del primato che al percorso della gradualità e della prudenza.

SANTE MESSE

Neanche la Chiesa si è sottratta all’impeto. Pur con una serie complessissima di misure anticontagio, i vescovi italiani puntano alla riapertura delle chiese e alla celebrazione delle messe con i fedeli, subito o prestissimo. S’aspettavano che Conte, domenica scorsa, ne parlasse, desse il via libera. Ma l’ha consentito solo per i funerali ai quali possono partecipare fino a 15 persone.

Forte delusione, durissima protesta, anche locale (la curia di Reggio ha preparato un piano-pilota anticontagio che è stato fatto proprio dalla Cei).

Martedì l’inaspettata sollecitazione del Papa, che ha destato smarrimento: “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. È un contrordine rispetto alla determinazione della Cei, e i vaticanisti ipotizzano che Bergoglio sia stato mosso da una telefonata del premier. Caso non strano è che dopo la sollecitazione di Bergoglio, la Cei ha più detto nulla.

Il forte, fortissimo desiderio di tornare a messa e fare la comunione si contrappone a quell’esperienza di dimensione spirituale in casa, di “Chiesa domestica”, di ritrovamento del trascendente fra le semplici cose che ancora Bergoglio in diverse circostanze aveva lodato.

Inevitabilmente questa situazione ha fatto divampare fra le destre una guerra santa: tutti vogliono andare a messa “con il popolo”.

Cosicché i tutti virologi si sono trasformati in tutti teologi. Fra i sostenitori della Conferenza dei vescovi anche Silvio Berlusconi. Amen. Andrebbe stabilito come mai le chiese prima della pandemia erano semivuote e ora l’ansia per le messe è diventata irrefrenabile come la corsetta autocertificata.

IL CONGIUNTO

La Fase 2 che inizia domani permette la visita al congiunto. La polemica è puntuale e immediata. Chi è il congiunto? La discussione è così sfracellante che le fattispecie sono state allargate sino all’amico vero e all’assicurazione che le forze dell’ordine non chiederanno chi, come, dove, perché.

Congiunto deriva dal latino conjunctus, quindi da conjungere, congiungere, messo accanto. È la stessa radice di altre parole con le quali gli italiani non vanno d’accordo: congiuntiva (palpebrale, sensibile al virus), congiuntura (economica), congiuntivo (grammaticale), congiura (di corridoio).

La controversia sulla parola resiste e persiste perché siamo un popolo di interpretatori delle norme e del buonsenso, oltre che di poeti.

E ognuno di noi è un caso a sé, ha i suoi congiunti particolari e quindi vanta diritti distinti. Baraonda. In verità il vero comune congiunto che ci terremo appresso per chissà quanto è il virus.

Un convivente mortale. E questo sfugge. Basterebbe fare una “gitarella” negli ospedali, nelle case di riposo. Ma la memoria è labile. Ricordate le bare di Bergamo.—

Stefano Scansani

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