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la lotta alla ’ndrangheta 

Il capoclan Grande Aracri chiede i domiciliari

Tiziano Soresina
Il capoclan Grande Aracri chiede i domiciliari

I due difensori: «Nicolino ha problemi di salute, corre seri rischi nel caso contragga il Covid». Situazione analoga per Villirillo

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Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA

Infuriano sempre di più le polemiche sulle scarcerazioni di boss mafiosi effettuate in questo difficile periodo dell’emergenza da Coronavirus, a tal punto che nel giro di poche ore è cambiato il vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), in quanto si è dimesso Francesco Basentito ed è stato velocemente sostituito da Dino Petralia (procuratore generale di Reggio Calabria).

Ribaltone nell’aria, come prevedibile che anche figure di primo piano della ’ndrangheta – con condanne anche pesanti sulle spalle – si muovessero per cercare di uscire da carceri sovraffollate ed evitare contagi. Mosse plurime a cui ora va aggiunta quella effettuata da Nicolino Grande Aracri, 61 anni, considerato boss incontrastato dell’omonima cosca di Cutro. Il capoclan è al carcere duro (il 41 bis) nella struttura milanese di Opera e da lì, in videocollegamento, ha sempre seguito il processo in corso in Assise sui due delitti in odore di mafia del 1992 (è accusato di essere il mandante di entrambi). Ora tramite due suoi legali – Gregorio Viscomi e Filippo Giunchedi – ha presentato istanza al Tribunale di sorveglianza di Reggio Emilia, in quanto organo competente a valutare la richiesta di scarcerazione visto che il 61enne è in questa fase sotto processo per i due fatti di sangue avvenuti nella nostra provincia 28 anni fa. Come fanno sapere i due difensori «i problemi respiratori e cadiocircolatori metterebbero in serio pericolo Grande Arcari nel caso venisse contagiato dal Coronavirus». Un “tasto” quello dello stato di salute a rischio già toccato in Assise dalla difesa nella primavera 2019, ma che finora non ha convinto i giudici competenti.

L’avvocato Giunchedi aveva infatti già depositato un’istanza di revoca della custodia cautelare per il suo assistito che «soffre di gravi problemi cardiaci e deve essere portato in un luogo dove può curarsi adeguatamente». E il legale aveva aggiunto: «Il mio assistito è in uno stato fisico difficile e le problematiche cardiache sono solo la punta dell’iceberg». Quadro clinico a cui ora si aggiunge la pandemia e relativo rischio-contagio. Misura alternativa al carcere richiesta da un detenuto al 41 bis su cui ora – come prevede un recentissimo decreto-legge – dovrà giungere anche il parere della Procura antimafia di riferimento (in questo caso la Dda di Bologna e ancora più nello specifico il pm Beatrice Ronchi) e il parere del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Con in mano tutta la documentazione (non esclusa neppure una perizia), il magistrato di sorveglianza prenderà la decisione. Su questa strada si è messo pure Romolo Villirillo – non ha ancora chiuso i conti con il maxiprocesso Aemilia – considerato uno dei capi del clan ’ndranghetista con epicentro a Reggio. Il 42enne ha ottenuto un pronunciamento di scarcerazione dai giudici di Catanzaro (in Calabria sta affrontando altri processi) per problemi di salute che gli farebbero rischiare la morte se dovesse contrarre il Covid-19. È al 41bis nel carcere di Rebibbia e con questo pronunciamento potrebbe chiedere la scarcerazione al magistrato di sorveglianza di Roma. —

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