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Lockdown, guardie e distanziamento il colera colpisce due volte Novellara

Alessandro Cagossi
Lockdown, guardie e distanziamento il colera colpisce due volte Novellara

La prima epidemia arriva nel 1835, la seconda nel 1855. Sono descritte nel libro pubblicato da Dimmo Olivi nel 2016 «ll rischio del contagio era alquanto elevato perché proprio in quegli anni furono liberalizzati gli scambi delle merci»

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LA STORIA

Il Coronavirus nel 2020 pare aver riportato il mondo ai tempi della peste del 1600 di manzoniana memoria, o del colera nel 1800, facendo tornare drammaticamente d’attualità parole come pandemia e quarantena, che parevano ormai dimenticate e retaggio di un passato ormai sepolto. Non è certamente la prima volta che malattie infettive di massa colpiscono la provincia.

Due stralci di “Storia, storie e storielle dell’Ottocento a Novellara”, pubblicato da Dimmo Olivi nel 2016, dopo anni di ricerche all’archivio storico locale, raccontano la doppia epidemia di colera che nel 1835 e nel 1855 avevano ammorbato il paese della Bassa reggiana, e più in generale tutta la provincia e la città di Reggio Emilia. Il finale, in entrambi i casi, è consolatorio: se ce l’hanno fatta nell’Ottocento a debellare il colera e la carestia, nonostante la medicina rudimentale di quei tempi, la speranza è che una scienza medica moderna di altissimo profilo oggi riesca a sconfiggere il Coronavirus.

1835, arriva il colera

Il racconto di Olivi inizia così: «Già nell’autunno del 1835 si fecero evidenti i segnali del contagio del morbo che partì dallo Stato del Lombardo-Veneto e si diffuse rapidamente, specie nel Mantovano, assumendo le caratteristiche epidemiche. Quando poi varcò il Po e colpì Gualtieri, s’intensificò l’allarme e le misure difensive su tutto il territorio della Bassa.

scatta il lockdown

Il rischio della diffusione del contagio era alquanto elevato perché proprio in quegli anni furono liberalizzati gli scambi delle merci e l’emigrazione tra gli stati confinanti. Bisognava dunque bloccare quei flussi, un compito non semplice, essendo in atto una moltitudine di rapporti commerciali dai quali dipendeva la sopravvivenza delle imprese e la vita di tante famiglie. Anche le fiere, i mercati e ogni altra attività che generava affollamento, furono abolite. Malgrado le difficoltà e qualche abuso, l’opera di vigilanza e prevenzione si rivelò efficace: lungo tutto il confine si formò un cordone sanitario con picchetti di guardia dislocati lungo le vie di collegamento. Il loro compito era quello di impedire l’ingresso di forestieri e merci.

Il distanziamento

Per fermare la diffusione del contagio, si separarono le persone infette, o presunte tali, rinchiudendole nei lazzaretti. Il personale medico sanitario si vestiva con grembiuli di tela cerata e a fine servizio si lavava gli indumenti con soluzioni a base di cloruro di calce. Nelle case dov’era accertato il contagio s’imbiancavano i muri con la calce, si lavavano i pavimenti con cloruro di calce e si bruciavano indumenti, materassi, lenzuola e coperte.

La medicina usata contro il colera era ricavata da una ricetta bergamasca composta da venti parti di fiori di zinco polverizzato, cento parti di zucchero in polvere e sei parti di bacche di ginepro; dopo averla somministrata, il ventre andava tenuto al caldo. I morti erano cosparsi di calce e seppelliti sotto sei braccia di terra. L’igiene era la condizione necessaria per un’efficace opera di prevenzione. Il podestà costituì una commissione formata da medici condotti e tecnici urbanisti con l’incarico di individuare i luoghi dove il morbo poteva insinuarsi. Ne uscì una dettagliata mappa delle situazioni di degrado del territorio comunale, soprattutto nel centro storico: stalle e porcilaie prive dello scolo, concimaie disseminate ovunque, cumuli di immondizia, orinatoi pubblici lasciati a sé stessi.

All’ingegner Lampridio Giovanardi di Fabbrico fu affidato l’incarico di redigere una mappa del centro urbano, allo scopo di ristrutturare la rete degli scarichi idrici. Nell’autunno del 1836 – conclude Dimmo Olivi – il colera diede segni di cedimento ma non scomparve del tutto.

Rimase quindi lo stato d’allarme, perché nelle città portuali di Napoli, Genova e Livorno, il morbo era ancora attivo, e chi proveniva da quelle località era tenuto a osservare un periodo di quarantena in uno dei lazzaretti rimasti aperti. A conti fatti, le misure di contrasto diedero buoni risultati e si evitò che il numero dei decessi diventasse drammatico».

L’epidemia del 1855

Scrive Olivi: «Segnali d’allarme si manifestarono, fin dal 1849, con il passaggio delle truppe straniere provenienti dai paesi dove l’epidemia era già in corso, ma per almeno un quinquennio la vigilanza e le misure di prevenzione limitarono il contagio a poche unità.

Arriva il morbo

L’ordinaria opera di prevenzione resse fino alla primavera del 1855, poi il morbo raggiunse Novellara e il contagio dilagò.

Da Fabbrico, di cui Novellara era capodistretto, l’agente Marani nel suo rapporto di giugno scrisse: “Lo stato del paese non è buono, lo spirito pubblico è ogni giorno più avvilito per il timore d’essere infettati dal morbo. La sicurezza pubblica è minacciata da una masnada di malandrini che percorrono queste campagne introducendosi nelle case per avere vitto. L’industria e il commercio sono fermi per i provvedimenti presi a difesa del colera”.

Anche il parroco di San Bernardino in una sua lettera comunicò il continuo passaggio di persone provenienti da territori contagiati diretti nelle valli alla ricerca di biade e alimenti di vario genere.

la guardia di riserva

Il podestà decise allora di chiamare in servizio la guardia di riserva e di pattugliare tutte le strade d’ingresso al paese. Fu proibita l’importazione d’alimenti, vietato il consumo di cetrioli, cocomeri e meloni.

Il Casino di sotto di memoria gonzaghesca fu destinato a lazzaretto, e nel cortile si potevano vedere i carrettieri in servizio permanente nel trasporto dei cadaveri al cimitero: percepivano due lire ogni trasporto, compreso l’incenerimento dei vestiti dei defunti. L’epidemia terminò nell’autunno del 1855 e causò la morte di 185 persone: tra le vittime, anche il medico Gaetano Conti, colpito dalla stessa malattia dei pazienti che aveva curato nel lazzaretto.

Nell’estate del 1856 il morbo scomparve del tutto e, pian piano, tutto il resto tornò alla normalità: ripresero le fiere e i mercati, i prezzi scesero e si riempirono i granai». —

Alessandro Cagossi

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