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Aemilia, l’Ausl: «50 in aula» ma sono previsti 200 legali

Tiziano Soresina
Aemilia, l’Ausl: «50 in aula» ma sono previsti 200 legali

L’emergenza sanitaria “restringe” le presenze e si rischia la paralisi il 14 maggio I difensori: «Vogliamo riprendere l’Appello, ma si affronti il serio nodo-sicurezza»

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Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA

Il maxiprocesso d’appello di Aemilia alla prova “Coronavirus” e mancano solo 8 giorni alla ripresa delle attività (dopo oltre due mesi di stop) nell’aula-bunker della Dozza.

Come sancito dalle autorità sanitarie, in quell’aula blindata l’osservanza della distanza di sicurezza anti-virus non permette la presenza di più di una cinquantina di persone. Ma essendo ancora da affrontare le questioni preliminari, l’udienza di riavvio coinvolge 7 magistrati (fra collegio giudicante e pm), 120 imputati – la maggior parte ha due difensori – poi i non pochi avvocati di parte civile, le forze dell’ordine, tecnici, cancellieri, qualche accusato a piede libero che intende partecipare. E proprio per monitorare l’afflusso è stato notificato agli avvocati l’atto con cui la Corte richiede di comunicare – almeno 5 giorni prima dell’udienza – l’intenzione di partecipare o meno.

E qui lo scoglio è imponente, visto che sono almeno 200 gli avvocati intenzionati ad essere presenti. «L’aula non è idonea – spiegano, contattate dalla Gazzetta, le avvocatesse Maria Battaglini (difensore di Giuseppe Vertinelli, classe ’62) e Marilena Facente (tutela Gaetano Blasco e Mario Vulcano), facendosi portavoce del malumore più che manifesto fra i legali – e ciò era chiaro anche prima che in Italia si diffondesse la pandemia. Gli avvocati che hanno partecipato alle udienze fino al 3 marzo hanno lavorato gli uni letteralmente attaccati agli altri. Inoltre, l’areazione all’interno dell’aula è forzata. Del resto, proprio per questo motivo la Corte di appello ha disposto il primo rinvio (dal 3 marzo si è poi slittati al 14 maggio, ndr). Lo scorso 24 aprile abbiamo scritto alla Corte esponendo anzitutto questa nostra fondamentale e oggettiva preoccupazione, oltre alle problematiche connesse agli spostamenti di diversi colleghi da regioni lontane dall’Emilia Romagna. Abbiamo quindi proposto di disporre un rinvio del processo utilizzando il tempo massimo previsto dal decreto legge cosiddetto “Cura Italia” (ossia il 30 giugno) al fine di risolvere, nel frattempo, il problema cruciale dell’aula di udienza. Ci siamo resi anche disponibili ad una interlocuzione con i giudici e con la procura generale nell’ottica, unica e a nostro avviso risolutiva, del dialogo costruttivo rispetto ad un problema molto complesso. L’unica indicazione ricevuta – rimarcano – è una domanda rivolta a noi tutti: se pensiamo di essere presenti». Sembra, quindi, la descrizione di un vicolo cieco. «Come difensori siamo preoccupati per due motivi. Il primo è che si intende risolvere il problema dell’emergenza sanitaria – concludono le due avvocatesse – mettendo nelle mani dei difensori la scelta tra il diritto alla salute (che sarebbe preservato non partecipando all’udienza) e il dovere di assistenza all’imputato (che invece impone di essere presente). Il secondo è che, come dimostra l’assenza di una specifica trattazione nelle linee guida, manca la volontà stessa di affrontare il problema, innestando anzitutto il confronto tra tutti i soggetti interessati. Noi difensori, mossi dal senso di tutela dei diritti degli imputati, siamo i primi a voler ritornare in aula per i nostri assistiti, sottoposti a misure restrittive da ormai oltre 5 anni, la cui durata rischia di essere ulteriormente dilatata qualora il processo subisca una stasi, se non una paralisi. Ci appelliamo pertanto alla coscienza giuridica dei soggetti coinvolti affinché il “problema Aemilia” venga esaminato, approfondito e risolto mediante il contemperamento di tutte le esigenze in gioco nel rispetto dei diritti fondamentali». —

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