L’arciere Fabio Azzolini «Così ho sconfitto il Covid»
Il campione paralimpico ha vinto in assoluto la sua più difficile medaglia «Ho avuto davvero paura di morire, ma adesso penso già all’oro di Tokyo»
Alessandro Zelioli
CASALGRANDE
Fabio Azzolini ha vinto la sua più bella medaglia d’oro. Il 51enne arciere paralimpico di Casalgrande ha infatti appena ricevuto l’esito del secondo tampone che accerta la sua definitiva vittoria: Azzolini ha battuto il Coronavirus. Una malattia combattuta in solitudine, a domicilio, e con l’assistenza di un veterinario, un medico arruolato dall’Ausl che ogni giorno ha affiancato il campione nel suo percorso verso la guarigione, con telefonate che, in certi momenti, hanno anche avuto risvolti comici. «Sì, anche se soprattutto nella fase acuta, c’era poco da ridere. Sono state settimane molto difficili – racconta Azzolini, tre Olimpiadi disputate – e mai come questa volta ho avuto davvero paura di morire».
Come mai non è stato ricoverato?
«Ho iniziato ad avere la febbre per colpa di una infiammazione alle vie urinarie. Cosa abbastanza usuale per chi vive in carrozzina. Siamo attrezzati per conoscerla e affrontarla, ma stavolta era diversa dalle altre volte. La febbre rimaneva alta e io, giorno dopo giorno, sentivo venire meno le forze e non avevo più fame. Il mio medico di base mi dava le istruzioni e mi seguiva, ma il 16 marzo non ce la facevo più e sono andato con mia sorella al Pronto soccorso a Reggio. E lì ho scoperto il virus».
Si è spaventato?
«Dentro di me mi sono detto che se non avevo il virus prima di entrare lì, certamente lo avrei preso in quel contesto. Gente che tossiva, sudava, starnutiva. Medici e infermieri che correvano come pazzi per evitare al minimo ogni contatto. Ma eravamo troppi. Un applauso a medici e infermieri, autentici eroi, che io d’altra parte ringrazio da sempre per la mia esperienza con il mondo della sanità».
E alla fine lo aveva il virus?
«Si, lo avevo portato con me da casa. Ma quel giorno, la febbre era scesa e questo mi ha consentito di ritornare nella mia abitazione. Con il senno di poi è stato probabilmente un bene. Ma durante la fase acuta non la pensavo così».
Perché?
«Perché non riuscivo a respirare da seduto. Dovevo stare sdraiato, ma anche sdraiato facevo molta fatica. Per una settimana non ho mangiato e, in pratica, neppure bevuto. Ero sceso a zero risorse completamente e per uno come me che aveva recuperato dopo un pesante intervento alla spalla, non è stato certo il massimo. Un giorno ho detto a Monica, mia sorella, che è stata obbligata a fare la quarantena da me per avermi accompagnato al Pronto soccorso, “stavolta ci lascio le penne”».
E invece cosa è successo?
«Che in uno dei momenti di maggiore crisi ho iniziato a sentire che le Olimpiadi di Tokyo potevano essere rinviate. Mi rimaneva dunque una speranza di fare la mia quarta Olimpiade e mi sono fatto forza con quel poco che avevo in corpo. Ho buttato giù quelle pappine energizzanti che usano anche i ciclisti in corsa. Andavano giù a fatica perché non avevo proprio fame. Ma piano piano sono tornato a sentire lo stimolo e il desiderio di mangiare. Quando guardando le pubblicità del cibo in televisione mi veniva il languorino, ho capito che il peggio era andato».
C’è però un aneddoto curioso che rende l’idea di questa emergenza sanitaria. Lei è stato curato da un veterinario.
«Sì – scoppia a ridere di gusto Azzolini – d’altronde per una bestia come me, serviva solo un veterinario. Scherzi a parte devo dire veramente grazie al dottor Paolo Monica, medico veterinario dell’Ausl di Reggio che, come tanti suoi colleghi, sono stati arruolati a supporto dell’unità di crisi. Ad uno dei primi contatti telefonici mi ha rassicurato: “Non si preoccupi, sono comunque un medico” e io ho riso. Siamo diventati quasi amici. Mi chiama ogni giorno per capire che sintomi ho e se sto bene. Mi ha insegnato a usare il saturimetro e a capire le fasi della malattia. Medico competente e persona unica. Quanto abbiamo riso sul fatto che fosse un veterinario».
E ora?
«Ora essendo io un atleta della Nazionale, potrò tornare al campo di prova in quanto individualista e quindi, senza rischio di contagio. Dovrò attendere però la lettera che mi dà il via libera, anche se pure il secondo tampone è risultato negativo. Ne ho fatti quattro in tutto, devo dire che sono molto fastidiosi. Ma sarebbe stato peggio essere intubato. Tornando all’arco, inizio la rincorsa all’olimpiade. Sono state annullate tutte le gare nazionali e sospese quelle internazionali. Abbiamo ancora dieci carte olimpiche da conquistare, ma non sono previste competizioni. Speriamo si possa tornare a competere, anche se prima dovrò capire se sono in grado di aprirlo questo arco».
Prima la spalla, poi il Covid. Vita dura ora per recuperare.
«Io in casa ho pesi ed elastici ovunque, quindi appena ho un minuto mi alleno. Ho da sempre un regime quasi militaresco: mi alzo presto, vado a letto di buon’ora, alimentazione sana e variegata a orari imposti per allenarmi. Se non facessi così sarebbe un disastro. Poi, ho sempre curato l’aspetto mentale. Essere preparati nella testa a volte aiuta più che nel fisico. Il mio coach, Willy Fuchsova, mi ha detto che per me il posto in squadra c’è. Mi ha rinfrancato e lo ringrazio, ma dovrà essere il mio arco a sancire i meriti della mia presenza».
Perché l’obiettivo rimane Tokyo, vero?
«No. L’obiettivo rimane l’oro a Tokyo. Ad abbassare l’asticella ci penseranno gli eventi. Io di certo sto lavorando per quello». —
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