«La libertà di culto non sia compressa anche nella fase 2»
Il professor Pacillo: «Limitazioni ragionevoli in emergenza ma ora si torni a garantire tutti i diritti costituzionali»
«Un dibattito costruttivo deve trovare soluzioni che rispettino i diritti di tutti, come sembra che in queste ore si stia provando a fare. Per un fedele la dimensione pubblica del culto non è un capriccio. La libertà di culto è manifestazione di una comunità, che in quanto tale ha bisogno di spazi d’incontro. È chiaro che questi spazi non possono essere quelli di prima e serve uno sforzo anche creativo per trovare soluzioni». Il professor Vincenzo Pacillo, docente di Diritto Canonico del Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio, ha recentemente promosso in collaborazione con i colleghi Angelo Licastro dell’Università di Messina e Antonio Fuccillo dell’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, un seminario online dedicato al tema della libertà di culto ai tempi del Covid-19. Un evento che ha riscosso un grande successo (quattrocento persone e 30 professori universitari intervenuti), a dimostrazione che il tema è molto sentito.
Professor Pacillo, la libertà di culto è stata limitata nella fase uno?
«Certamente lo è stata. Tutte le libertà nella prima fase sono state compresse, ad esempio quella di circolazione, attraverso l’impiego di strumenti tecnici, come i decreti legge. Nel nostro seminario siamo partiti dalla considerazione della presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, che ha sottolineato come la nostra Costituzione non prevede la legislazione d’emergenza e dunque non possa essere sospesa».
È accettabile comprimere, seppur temporaneamente, alcuni diritti fondamentali?
«Quando i diritti costituzionalmente garantiti entrano in conflitto bisogna procedere a un bilanciamento. Per tutelare il diritto alla salute si possono ammettere delle limitazioni, purché siano ragionevoli e proporzionate».
È stato ragionevole e proporzionato sospendere le messe?
«Nella fase di emergenza sì. Ma nella fase due mi sarei aspettato l’adozione di strumenti in grado di dare soddisfazione, in modo ragionevole, alla libertà di culto».
A chi spetta prendere queste decisioni in materia di libertà di culto?
«L’idea fondamentale della nostra Costituzione, sancita dagli articoli 7 e 8, è il principio della bilateralità. I rapporti tra Chiesa e Stato Italiano sono regolati dal Concordato (Accordo di Villa Madama) e l’articolo 14 della legge 121 del 1985 prevede che quando le due parti trovano difficile applicare tale accordo, ci vuole una commissione paritetica, tra il Vaticano e lo Stato italiano, per dirimere la questione».
Commissione che in fase d’emergenza forse non era facile convocare.
«In quella fase è stata la Cei, che non è uno Stato, a gestire il problema insieme al governo. Per noi professori di diritto canonico è stata una novità. Si è instaurata una prassi nuova, perché non si potrebbe prescindere dalla bilateralità degli articoli 7 e 8 della Costituzione, che tutelano anche le altre confessioni religiose».
Secondo alcuni non ci sarebbe stata alcuna compromissione del diritto di culto perché ognuno può pregare dove vuole.
«È ovvio che ognuno prega dove gli pare, il problema che per un cattolico il sacramento, ad esempio quella della confessione, non può essere sostituito da altro. La messa si ascolta anche in televisione, ma non è la stessa cosa. Ci sono esigenze di culto pubblico che sono insopprimibili».
C’è chi dice che il governo deve ascoltare i virologi e non la Cei.
«Il governo fa bene ad ascoltare i virologi ma non vedo perché non possa dialogare con la Cei. In Germania hanno riaperto le messe con un numero contingentato di persone e precauzioni specifiche per accostarsi all’eucaristia. Se la fase due deve essere di convivenza con il virus dobbiamo trovare nuove formule. Anche il diritto canonico deve evolversi e mettersi un po’ in discussione. In questa fase si sono sperimentate pratiche nuove, ad esempio la confessione al telefono».
Alcuni consiglieri comunali criticano la Cei perché vuole riaprire la chiesa. Alcune frange del mondo cattolico accusano invece la stessa Cei di aver accettato delle limitazioni eccessive.
«Ritengo che nella fase uno le limitazioni fossero giustificate. Ora il punto è quello di tornare a consentire l’esercizio di tutti i diritti costituzionali».
Abbiamo visto una messa interrotta dalla forza pubblica. Cosa ne pensa?
«Non è stato un bello spettacolo e si poteva evitare, in nome di quella ragionevolezza di cui abbiamo parlato, e del rispetto del culto di una confessione religiosa. Tra l’altro l’articolo 405 del codice penale tutela lo svolgimento delle funzioni religiose». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
