«Mai autorizzata quella attività» Ma per il titolare i documenti ci sono
Braccio di ferro sul negozio di cannabis light vicino al Convitto Il sindaco: «Il proprietario del locale sapeva della questione»
Elisa Pederzoli
CORREGGIO
Per ora, sembra destinato a un lungo braccio di ferro lo stop al negozio che commercializza cannabis light stoppato dall’ordinanza del sindaco Ilenia Malavasi in via Jesi, proprio davanti al Convitto Corso: quello tra l’amministrazione comunale che ha detto no all’apertura in quella collocazione proprio per la stretta vicinanza alla scuola e tra il titolare, il reggiolese Massimiliano Veronesi che è determinato a rivolgersi al Tar per far valere le sue ragioni.
«Avevamo avvertito la proprietà del locale che quella posizione ci sembrava delicata – commenta ancora il sindaco, Ilenia Malavasi – Ero stata contattata da diverse mamme pronte a una raccolta di firme». L’amministrazione comunale si è mossa con valutazioni di natura commerciale e urbanistica. Ma su un punto, la sindaca è categorica: «Ha depositato un’unica Scia il 2 aprile, non è vero che avevamo le carte in mano da due mesi. Ed è stata rigettata il 22, perché il locale aveva una definizione urbanistica di uso non commerciale: chi gli ha fatto la pratica lo doveva sapere. Per aprire non aveva il permesso. In 20 giorni ha avuto una risposta, abbiamo agito in modo corretto».E va avanti: «È una attività lecita, lui può aprire ci mancherebbe. Ma ci vuole attenzione e rispetto per la città nella quale ti vuoi proporre. Si è alzato un grande dibattito, c’è stata una comprensibile reazione: quell’istituto ha dentro una scuola superiore».
Ma Veronesi, dal canto suo, sembra determinato ad andare avanti. Ieri si è rivolto a un avvocato e si dice pronto a fare ricorso al Tar. E tira fuori un documento, datato 14 aprile, con cui il Comune per la prima volta gli risponde che «l’inizio dell’attività può avere luogo dalla data di presentazione della segnalazione».
«Se dal Comune fossero stati pronti a parlarne a suo tempo, si poteva far qualunque cosa: sarei stato dispoinbile al cento per cento. Ma ora non mi potete cacciare un casino così, con dei documenti che attestano la cosa. Se così non fosse stato, non avrei mai iniziato».
Veronesi ha spiegato infatti che nell’attività appena messa in piedi e pronta ad aprire, attraverso un franchising, per la vendita di prodotti a base di cannabis light ha investito i soldi del licenziamento del suo lavoro dipendente precedente. E che non ha altri denari da spendere per prendere in affitto un altro locale, né per riallestirlo come ha fatto in queste settimane con quello di via Jesi.
«Il padrone dell’immobile quando si è creato il problema urbanistico, poi risolto, mi ha sempre detto che tutto era a posto. Io avevo anche chiesto se per caso non ci sarebbero state altre difficoltà, dopo che mi ero accorto che stava succedendo qualcosa, ma lui mi ha detto di no. E visto che non sono arrivate altre notifiche, sono andato in fiducia».
Invece, con l’ordinanza di giovedì scorso per quel tipo di attività è scattato lo stop nella fascia entro i 500 metri dalle scuole. Se Veronesi davvero farà ricorso al Tar, vedremo cosa ne pensano i giudici amministrativi di Parma. —
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