Messe, la terza via di don Goccini fra riti domestici e liturgie familiari
Il parroco di Novellara: «No alle chiese come ospedali» Sul documento dei nove consiglieri: «Incitano i propri tifosi»
Evaristo Sparvieri
REGGIO EMILIA
«Credo non serva partire dalla meta, ma sia meglio andare un gradino alla volta. Non vorrei che fra dispositivi, norme e limitazioni tornare a entrare in una chiesa per la messa somigli a entrare in un ospedale. Penso servano invece progressività e prossimità: in questo periodo la fantasia ha generato tante piccole comunità e liturgie familiari. Fra queste e le grandi messe con centinaia di fedeli credo che possa esserci una strada di mezzo: gruppi di famiglie che si ritrovano per leggere la parola di Dio e vivere in comunità. Nel caso sia possibile la presenza di un sacerdote, si potrebbe anche distribuire la comunione. Io immagino una riapertura di questo tipo, in spazi più rassicuranti, aprendoci al prossimo: familiari, amici e parenti». Non è la prima volta che ne parla durante questa emergenza. E ogni volta che lo ha fatto ha trovato sostenitori. Non solo laici, ma anche altri sacerdoti, a disagio all’idea di riaprire le chiese ai fedeli per messe celebrate all’insegna delle limitazioni. Ma per don Giordano Goccini, parroco di Novellara, del documento firmato da nove consiglieri di Sala Tricolore – intitolato “Siamo in pandemia: bisogna ascoltare i medici, non la Cei” – «non se ne sentiva proprio il bisogno».
Don Goccini, riaprire le messe ai fedeli il prima possibile. Lei non sembra molto convinto. O no?
«Innanzitutto bisogna dire una cosa: la liturgia e la vita della chiesa sono andate avanti anche in questi mesi e hanno trovato una collocazione che in realtà non è di emergenza, ma è il suo luogo naturale, ovvero le famiglie. C’è un’enorme dimensione della vita cristiana che trova la collocazione proprio nella dimensione personale e della piccola comunità rappresentata dalle famiglie. Poi c’è un’altra dimensione in senso più esteso, comunitaria, che si era mangiata e aveva divorato la dimensione personale e di piccola comunità. Ma il cristianesimo nasce in piccole comunità familiari o poco più. Credo che siamo davanti alla grande occasione di ritrovare la nostra dimensione. Gesù sulla polemica del tempio dice né a Gerusalemme, né sul monte Garizim, Dio vuole adoratori in spirito e verità. Il luogo dove si adora il Padre non è un luogo fisico, ma sono lo spirito e la verità. Mi sembra un punto fondamentale».
Il dibattito sulla riapertura però è più acceso che mai. Soprattutto a Reggio.
«La comunità cristiana nel giorno del Signore ricorda la resurrezione attraverso il segno dello spezzare il pane, che è il segno più alto della comunità. E soffriamo nel non poterlo celebrare insieme. Ma sul come e quando tornare a celebrarlo, non credo serva un principio calato dall’alto. Mi sembra che tutti vogliano prendersi in questo momento il diritto e l’autorità di definire quando e come potremo di nuovo assembrarci, ma che manchi l’ascolto delle persone, della gente, che ha un suo sentire e un suo sentimento».
La politica ne parla molto. Lei cosa pensa del documento firmato dai nove consiglieri?
«Sono “contento” che si accapiglino per la messa, ma non credo che i consigli siano luoghi in cui discutere di messe. Quell’atto ha la funzione simile a quella di quei tifosi allo stadio che non guardano la partita ma guardano gli spalti e incitano gli altri tifosi a fare i cori. Ha quella funzione lì, che mi pare oggi qualcosa di cui non sento il bisogno, perché non sento il bisogno di campagne elettorali su un tema così delicato e importante che riguarda la vita religiosa delle persone. Ascoltare la gente vuol dire che noi potremo radunarci nei modi e nei tempi non solo contenuti nei decreti dall’autorità legittima, ma quando saremo veramente sicuri di poter spezzare il pane in tutta serenità. Allora quell’atto ritrova il suo senso. È come un pranzo dalla nonna, per fare un esempio banale. Se per andarci tutti i nipoti non sono invitati, se fra te e lo zio c’è del plexiglass, se i cappelletti sono offerti con i guanti in lattice, non è meglio dire: “nonna, aspettiamo un altro mese quando potremo goderci il nostro stare insieme?”. Questo significa ascoltare la gente. E ci vorrà del tempo prima di sentire che i nostri atti non mettano in pericolo chi ci sta attorno e coloro a cui vogliamo bene».
Governo e Cei sembra abbiano accelerato però...
«La politica fatica ad adottare criteri così. Sopratutto se andiamo avanti con soli decreti. Noi dobbiamo avere tutti i cittadini e tutti i fedeli impegnati e responsabilizzati nel ricominciare. È giusto osservare i decreti, ma dobbiamo anche ascoltare e responsabilizzare le persone».
Il protocollo della Cei è nato anche sull’impulso importante della curia reggiana. Cosa ne pensa?
«Innanzitutto ringrazio il vescovo e la Cei per la formula, seppur molto limitante, con cui da qualche giorno possiamo celebrare i funerali. C’è un percorso di dialogo con la politica che non è mia competenza, che lascio fare al vescovo e ai vescovi della Cei. Del protocollo per le messe so quello che avete scritto voi. Devo dire che quando ho letto le condizioni per celebrare, la mia prima reazione istintiva è stata: “questa non è la messa con la mia comunità”. Una reazione molto emotiva, ma mi sento a disagio all’idea di celebrare in un contenitore così... Sembrerebbe di entrare in un ospedale, non in una chiesa. Penso però anche che si debba lavorare su tutti i fronti e non si debbano polarizzare le posizioni. Apprezzo chi ha lavorato per quel protocollo, che ha una logica tecnica alla quale va contemperata una visione pastorale. Se deleghiamo ai tecnici la nostra vita ecclesiale saremo meno contagiosi ma poco “saporiti” dal punto di vista del nostro ritrovarci. La mia sensibilità di parroco di campagna mi dice che ci impegneremo a fare ciò che diranno i tecnici, trasformando le limitazioni in un gioco per i bambini e i posti assegnati in una nuova forma di accoglienza. Ma da parroco so che la mia gente adesso avrebbe paura e non godrebbe del momento della messa. Per questo sto suggerendo per le prossime settimane e quando sarà possibile piccoli ritrovi comunitari, all’insegna della prossimità».
Lei si sente isolato in questo posizione o altri parroci in provincia la pensano allo stesso modo?
«Fra triage, misurazione delle temperature, mascherine, anche diversi preti mi hanno manifestato disagio a questo tipo di celebrazioni e si sono ritrovati nella mia stessa sensibilità. Io non propongo una soluzione, ma evidenzio una sensibilità condivisa. Molti laici mi hanno scritto dicendo di sentire la mancanza di andare a messa, ma di aver anche scoperto una nuova dimensione spirituale alla quale non credo si debbano mettere limiti». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
