Gazzetta di Reggio

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La rete teatrale di Reggio Emilia scrive a Bonaccini «Ci serve aiuto»

Martina Riccò
La rete teatrale di Reggio Emilia scrive a Bonaccini «Ci serve aiuto»

La lettera è firmata da sedici associazioni e centri culturali «Ci vogliono protocolli e date per organizzare la ripartenza»

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REGGIO EMILIA

Un urlo muto. Non come quello di Madre Coraggio, che voltando le spalle al soldato che porta via il corpo della figlia, trattiene il rumore e fa uscire il dolore. La voce, in questo caso, c’è. Ma è stata silenziata da orecchie che non vogliono ascoltare.

E così, dopo l’assenza della parola “cultura” dal discorso di Conte e la protesta degli attori italiani, che hanno recitato Leopardi spegnendo il microfono, spunta una lettera aperta inviata alle istituzioni per fare luce sull’attuale – e drammatica – situazione della formazione teatrale e sulle (im)possibilità di progettazione e organizzazione futura delle attività culturali.

È firmata da sedici realtà culturali di Reggio Emilia e provincia che si trovano abbandonate a loro stesse e senza un orizzonte.

Stiamo parlando di Aps Spazio EffeBi 19 - Francesca Bianchi (Castelnovo Monti), Ars Comica Reggio Emilia, Ars Ventuno Centro delle Arti (Correggio e Guastalla), Altrarte Teatro (Correggio), Associazione culturale Le Rane, Associazione culturale Quinta Parete, Centro Teatrale Europeo Etoile (Reggio Emilia), Centro Teatrale MaMiMò Aps (Reggio Emilia), Compagnia Teatro del Cigno (Reggio Emilia), Patty Garofalo, Maria Antonietta Centoducati, Matteo Carnevali Teatro, NoveTeatro - Centro Teatrale Novellara, Nuovo Teatro San Prospero Associazione Culturale (Reggio Emilia), Sipario Aperto - Associazione Teatrale (Montecchio), Teatro dell’Orsa (Reggio Emilia).

I NUMERI

Nella sola provincia di Reggio Emilia gli enti firmatari del documento, nell’anno accademico 2019/2020, stavano realizzando progetti formativi e artistici per 1.957 allievi, realizzando progetti scolastici per 4.489 studenti. Nel solo 2019 avevano coinvolto 28.586 spettatori.

STATO DELL’ARTE

I teatri e le sedi culturali sono chiusi dal 28 febbraio. «Quasi subito, visto anche la grande richiesta, siamo partiti nella riconversione dei nostri corsi – spiegano le associazioni – cercando di trovare forme nuove di espressività, riprogettando la didattica e garantendo alle fasce più delicate una continuità progettuale».

Al momento della chiusura erano complessivamente attivi 177 corsi, dei quali 148 sono stati riconvertiti usando la didattica a distanza: «Abbiamo stimato un totale 1.866 ore di lezione a distanza svolte dal 24 febbraio al 1 maggio». Sempre al momento della chiusura erano 205 i corsi avviati nelle scuole, dei quali solo 19 sono proseguiti da remoto, per un totale di 188 ore.

Ovviamente la chiusura ha causato danni economici: «L’interruzione dell’attività in un momento così cruciale dell’anno – scrivono – ha causato perdite per i laboratori e progetti non conclusi, per la mancata realizzazione di quelli programmati e dei saggi di fine anno, oltre che per la mancata partenza dell’attività di formazione estiva».

L’APPELLO

Indirizzata al presidente della Regione Stefano Bonaccini, ad assessori e consiglieri regionali, alle amministrazioni comunali e alla Provincia di Reggio Emilia, la lettera chiarisce i bisogni di queste realtà, che da anni si occupano di formazione teatrale, progetti culturali e didattici, e anche progetti nell’ambito della disabilità e dell’inclusione sociale.

«Abbiamo bisogno di una road map precisa per la riapertura che ci consenta di valutare come riorganizzare gli spazi, considerando le aree lavorative (uffici e strutture annesse, non le sale prove) come uffici “normali” cui si possa accedere con le normali attenzioni sanitarie e di sanificazione», scrivono i firmatari. E poi «un protocollo specifico per la sanificazione degli spazi formativi (sale prove) che per loro natura ospitano rotazione di allievi con periodi di permanenza di circa un’ora e mezza-due ore». Altrettanto importante determinare «quanti allievi per sala rispetto alla metratura, routine sanitarie nell’alternanza degli allievi, routine giornaliera di sanificazione». Tutto questo è necessario per poter iniziare in sicurezza a progettare le nuove attività formative.

C’è poi bisogno di «riconoscere la rilevanza non solo culturale ma anche economica delle nostre attività, soprattutto in termini di personale dipendente e collaboratore. In quest’ottica, rendere possibile l’accesso a strumenti di sostegno alla liquidità o al reddito equiparabili a quelli messi in campo per il comparto produttivo». Infine «prevedere un contributo per la riconversione delle nostre attività e la riprogettazione dei percorsi in essere anche dal punto di vista dell’aggiornamento tecnologico e informatico». L’obiettivo è quello di trovare, «attraverso l’ascolto e la mediazione, le migliori proposte per la prosecuzione del nostro lavoro». —



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