Gazzetta di Reggio

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Accogliamo gli alberi nella nostra città Non per salvarli, ma per salvarci

Silvia Ghirelli* ; *paesaggista
Accogliamo gli alberi nella nostra città Non per salvarli, ma per salvarci

La paesaggista Ghirelli raccoglie la sollecitazione dell’architetto Bedogni sull’occasione rappresentata dalla Fase 2 «Una comunità allargata e bio-diversa nella quale le piante non siano più viste come un semplice arredo urbano»

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il dibattito

Silvia Ghirelli*

I tempi del coronavirus possono aiutarci a trovare una nuova prospettiva nella nostra realtà locale. Ritrovare quel rispetto nei confronti della natura che abbiamo completamente dimenticato. Per millenni, in tutte le culture del mondo, la felicità umana, al suo stadio più perfetto, è stata concepita in un giardino.

“Ma se non siamo in grado di custodire il nostro giardino (la nostra Terra), se non siamo in grado di prenderci cura del nostro mondo mortale, allora il cielo e la salvezza saranno vani” – R. Pogue Harrison.

La vera maledizione dell’uomo è l’incapacità di apprezzare ciò che gli è stato donato gratuitamente per beneficiarne ogni giorno.

Vivere un luogo, conoscerlo significa anche in una certa misura darlo per scontato.

Dovremmo disporre di uno sguardo “esterno”, altro da noi e saperci sorprendere ogni volta come se fosse la prima volta. E invece la nostra società, sempre più impegnata a produrre una ricchezza materiale, ha perso questo dono, questo incanto. In un momento in cui siamo continuamente abbagliati da immagini, nulla è meno coltivato dell’arte del vedere la bellezza di ciò che ci circonda.

NON SONO ACCESSORI

Una bellezza, quella della natura, che riusciamo a malapena a scorgere.Gli alberi, i boschi, i giardini sono per la maggior parte dei cittadini dei semplici accessori, delle belle decorazioni.

Ma non è così. Noi uomini siamo una piccola briciola in confronto alla natura.

Il regno vegetale rappresenta da solo il 99,5% della biomassa del pianeta. E noi, così piccola cosa, con il nostro egoismo, con la nostra cecità, siamo riusciti a fare un male tanto grande da condizionare i cambiamenti climatici.

Dovremmo ricordarci ogni istante della nostra vita che l’uomo e la totalità degli organismi eterotrofi della biosfera, dipendono dalle piante. Le piante ci forniscono l’ossigeno che respiriamo.

Penso con dolore a tutte le vittime del Covid-19 ed ho riflettuto profondamente sul fatto che ciò che rende la malattia più temibile sia proprio l’incapacità di respirare.

Come per ricordarci che la nostra cecità nei confronti della natura è ora che sia “svelata”.

Le nostre città devono accogliere nuovi boschi. “Gli alberi in città sono come degli ombrelli che ci proteggono dagli agenti atmosferici, purificano l’aria e l’acqua e forniscono uno stato generale di benessere” – Gregory Mc Pherson, Benefits of Trees.

In una strada chiusa tra due file di alberi l’aria è cinque volte meno inquinata dell’ambiente circostante. Accogliamo gli alberi, le piante nella nostra città come nuovi “liberatori” di una silente “resistenza”. Vediamo in loro una risorsa di vita oltre che una risorsa economica. Alcuni recenti studi americani hanno verificato la netta riduzione della CO2 grazie agli alberi negli ambienti urbani. Questo dato è molto importante ed è percepito a livello collettivo in misura sempre maggiore e dovrebbe costituire uno dei principi a cui ispirarsi nella costruzione dei nostri quartieri.

NUOVA FORESTA DI BENESSERE

C’è un tam tam che si coglie tra le persone della nostra città e che si potrebbe trasmettere e conservare nella costruzione collettiva di una nuova foresta per il benessere dei nostri quartieri.

Ed è straordinario come un periodo così doloroso possa far nascere riflessioni a idee nuove e innovative. Penso a Walter Branchi, eccelso compositore, uno dei già importanti rodologi di Italia che dall ’alto dei suoi 79 anni, mi scrive il 22 aprile (giornata mondiale della Terra)

“Buona liberazione dell’Antropocene! Per un pianeta più sano e più vero!”.

Penso all’incontro meraviglioso con Camilla Marani e Virginia Professione, due studentesse della Facoltà di Design alla Libera Università di Bolzano.

Stanno progettando un nuovo sistema per riportare l’uomo a stretto contatto con le piante e che mi hanno coinvolto per la parte vegetale .

Come ristabilire questo legame risulta dunque essere la domanda da cui è necessario ripartire oggi.

Quello che vorrebbero creare queste studentesse è una comunità allargata e bio-diversa nella quale le piante non siano più viste come un semplice arredo urbano, ma diventino parte integrante della nostra cultura, tornando ad essere cittadine legittime delle nostre città. Immaginano una trasformazione degli spazi pubblici attraverso piante ed alberi mobili, e stanno lavorando per realizzarle. Il movimento è uno dei punti di forza del loro progetto, sia in termini di struttura che come provocazione, che porta a riflettere sull’incapacità del genere umano di vedere oltre ciò che non gli assomiglia.

Sarebbe bello avere un sistema analogo anche a Reggio Emilia, ad esempio all’interno dei lavori di riqualificazione ambientale che si sta effettuando a Porta Castello.

Ma non solo. Il modello proposto potrebbe essere utilmente sperimentabile anche in altri luoghi della nostra città, in particolare in quelli più densamente urbanizzati. Accogliamo gli alberi, i giardini, nella nostra città. Così bella, così umana che ha saputo esprimere anche in un momento così difficile il suo lato migliore per senso di civiltà e rispetto reciproco. Questo nuovo senso di solidarietà tra le persone e nella nuova attenzione nei confronti della natura che ci circonda è uno dei lati positivi del periodo che stiamo attraversando che dobbiamo saper valorizzare. —







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