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«La scuola online non è la rivoluzione che può servire al nostro sistema»

Emanuele Caruso
«La scuola online non è la rivoluzione che può servire al nostro sistema»

Pubblichiamo le riflessioni di due studenti della quinta B del liceo Spallanzani, che tra poco sosterranno l’esame di maturità La tesi di Emanuele Caruso: «Ispiriamoci al modello finlandese, lì ogni allievo è responsabile del proprio percorso di studi» 

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L’emergenza da Covid-19 ha messo la scuola a dura prova. Se ne sta parlando sempre più spesso, soprattutto adesso, con l’inizio della Fase 2, e se ne è parlato anche sul nostro giornale. Dopo aver ascoltato le voci dei dirigenti scolastici, dei politici e degli insegnanti, è giunto però il momento di ascoltare anche quelle degli studenti. In queste pagine riportiamo due riflessioni, tanto mature quanto interessanti, di due ragazzi che frequentano la Quinta B del liceo scientifico Ariosto-Spallanzani.

LA TESTIMONIANZA

Emanuele Caruso

Tema centrale del novecento, e quindi perno degli studi della quinta superiore: l’alienazione.

Per alienazione si intende quel processo attraverso il quale a un uomo viene sottratto ciò che è suo, è un concetto pregnante della filosofia a partire dall’800, sebbene venne utilizzato per la prima volta già da Rousseau, nel secolo precedente, per descrivere la perdita di sovranità del popolo.

Il fenomeno che più ci interessa però in questo articolo è quello descritto da Marx, per cui all’interno della società capitalistica l’uomo venga valutato sulla base della propria forza lavoro, così che questa possa diventare un’entità a sè stante ed essere scambiata per denaro, ma poiché non è svincolabile dalla persona, questa diviene merce assieme a ciò che può produrre. L’alienazione qui sta nel fatto che il lavoratore si senta estraneo rispetto a ciò che produce, quindi rispetto alla sua stessa forza lavoro.

Altro ambito in cui questo fenomeno straniante è molto presente è l’arte, che sia nelle poesie di T.S. Eliot o la “Sera sul viale Karl Johan” di Munch, ne “Il treno ha fischiato” di Pirandello o in “Modern Times” di Charlie Chaplin. Nel corso dell’ultimo anno delle scuole superiori, questi sono tutti temi studiati e approfonditi, e per cui gli studenti talvolta soffrono, perché la stessa alienazione data dalla monotonia del lavoro che abbiamo succitato, gli studenti la subiscono, certo in maniera ridimensionata, nelle loro carriere scolastiche: ore passate a mettere in gioco la propria capacità di apprendimento, il loro tempo e le loro vite per produrre una conoscenza, scambiata con un voto che diventa valuta inflazionata, riconoscimento di quante cose si è riusciti a incastrare nella testa. L’ipocrisia del sistema scolastico qui risiede nel fatto che questo faccia finta di non vedere quella alienazione che insegna e al contempo provoca, forzando un lavoro che non viene remunerato.

É come quando si vuole riempire un armadio, si può fare in due modi: accatastando vestiti a mucchi, lanciandoli dentro di corsa, senza valutarne la condizione e se mai verranno indossati, oppure con calma, attenzione, ordine, discernimento tra ciò che serve e ciò che è meglio togliere per lasciare spazio ad altro.

La differenza sostanziale tra i due armadi è che il primo, prima o poi, strapieno, si aprirà e perderà tutto, il secondo, invece, rimane intatto, conservando fino al momento del bisogno l’abito adatto. Plutarco diceva che gli studenti non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere, e credo sia qui il problema del sistema scolastico italiano: ci riempiono di nozioni e conoscenza, ne usciamo colmati come armadi disordinati senza che ci venga insegnato a rimettere tutto in ordine. Certo non è tutto colpa del sistema, troppo facile evadere così la situazione: lo studente medio è il procrastinatore per eccellenza, se c’è qualcosa da fare, questo lo farà all’ultimo, se non addirittura dopo, e quindi si incappa nella situazione descritta in precedenza, di un riempimento frettoloso, che sia di un vaso o di un armadio.

Analizziamo quindi la situazione dividendo il servizio da il suo fruitore: da un lato abbiamo un sistema che aliena lo studente, che ne spreme il potenziale in cambio solo di un numero che cerca di giudicare quanto è pieno l’armadio; dall’altro lato abbiamo uno studente che, dato il suo sentimento di alienazione, odia quell’armadio e cerca di rimandare il più possibile l’impegno, ma ritrovandosi così ad accatastare vestiti e conoscenza tramite uno studio matto e disperatissimo del giorno prima, per cui riceverà una valutazione basata su quanto appare pieno da fuori il suo guardaroba, e nel giro di poche ore non solo avrà dimenticato tutto, ma starà già ripetendo l’intero processo per un’altra verifica.

Non è una situazione facile da risolvere, e anche con una buona idea non si può rivoluzionare l’intero sistema scolastico di uno Stato da un giorno all’altro, considerando che non si va a incidere solo sugli studenti, ma anche sugli insegnanti, che hanno lavorato così per anni e non gli si può imporre un cambio radicale da effettuare nel giro dei tre mesi di chiusura estiva, dovrà trattarsi piuttosto di una lenta deviazione, alla quale gli studenti dovranno collaborare attivamente, oltre ad essere comprensivi, però il problema alla base rimane: come si può cambiare? e serve veramente cambiare?

Quest’ultima domanda mi appare molto interessante, scrivo da studente di quinta superiore in quarantena, il mio esame di stato, per cui mi preparo da cinque anni, è stato stravolto, le lezioni cambiate completamente, come anche le verifiche, orali o scritte che siano.

La scuola ai tempi della quarantena è una versione light di quella a cui eravamo abituati, non nascondiamocelo: meno ore di lezione e meno verifiche, e chi afferma il contrario forse non si ricorda che in questo periodo gli anni passati si passavano settimane con cinque verifiche e due interrogazioni come se nulla fosse; certo è molto più difficile seguire, se in classe sei obbligato ad ascoltare, o almeno essere presente, in quarantena è tutto lasciato al tuo senso di responsabilità, con lezioni molto più dense e talvolta che non si svolgono nel modo migliore, sia per una, direi legittima, incapacità di alcuni professori, sia per problemi di connessione o per distrazioni dello studente, che possono essere sì limitate attraverso il senso di responsabilità, ma certo non annullate nel caso il ragazzo viva con altre persone, tipo la famiglia, che non può essere sfrattata dalla casa nell’orario scolastico.

Abbiamo visto come quindi un cambiamento, sebbene semplifichi la vita dello studente, non voglia dire che sia un miglioramento, perché per quanto da questo anno usciremo meno stressati scolasticamente, è vero anche che inevitabilmente sacrificheremo parte della nostra preparazione.

Per trovare un giusto compromesso, che sia tesi dialettica in questa situazione complicata, potremmo provare con un bagno di umiltà a guardare fuori dai confini nazionali, analizzare come procedono in altri paesi in cui la didattica si svolge in modo diverso. In particolare citerei il metodo finlandese, all’interno del quale il clima che si respira nelle classi è molto più rilassato e gli studenti sono a loro agio; per quanto io elogi la decisione di avere solo scuole pubbliche, con materiale scolastico e mensa completamente gratuiti, al fine di non far influire la condizione economica della famiglia di provenienza sull’istruzione della persona, non credo che la vera rivoluzione sia questa: lì la scuola si basa su responsabilità e fiducia, andando a valutare non quanto si è appreso, ma quanto si è fatto in relazione alle proprie possibilità. Fino a tredici anni non vengono assegnati voti; oltre alle materie di base lo studente può costruirsi il proprio percorso di studi scegliendo le materie da studiare, come succede anche nei paesi anglofoni, e lo studente ha un ruolo centrale nella classe, ovvero non è posto dietro a un banco mentre viene riempito, ma partecipa attivamente alla costruzione della lezione, tramite metodologie che esulano dalla classica formazione frontale.

Per rendere possibile un tale meccanismo, però, è necessaria una rivoluzione completa della figura dell’insegnante e della visione dell’istruzione: in Italia un professore è colui che, data la sua ampia conoscenza di una materia, trasmette allo studente parte di questa; nel sistema finlandese la figura dell’insegnante è molto più articolata e il percorso per iniziare a insegnare è complesso, formato anche da esami di pedagogia, poiché non si basa solo su quanto si conosce la materia, ma anche sulla capacità di trasmetterla.

In Italia l’insegnante è percepito come una figura negativa, talvolta una semplice scelta obbligata perché si è intrapreso un determinato campo di studi che non ha portato altri sbocchi, quindi il professore può diventare addirittura un lavoro di riserva nel caso si fallisca in qualcos’altro. Questa visione è completamente sbagliata, il maestro ha un ruolo fondamentale all’interno della società, e dovrebbe essere visto come prestigioso, non per tutti, non un piano di riserva, ma a cui si arriva con un lungo percorso e vi si può accedere solo se si è veramente capaci di sostenere un modello di istruzione proficuo per lo studente.

Un cambio di prospettiva del genere è fondamentale per poter poi attuare qualsiasi vera modifica sostanziale al sistema educativo: è necessario riportare al centro dell’attenzione la figura dell’insegnante, valorizzarla e non darla per scontata, dedicarle investimenti e formazione, perché è attraverso i professori che la conoscenza si trasforma in educazione dei ragazzi, ed è attraverso l’istruzione che un paese cresce in tutti i suoi aspetti. —

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