«Un sapere non trasmesso ma costruito insieme»
Giacomo Maria Cerreto suggerisce un nuovo approccio per la scuola di domani «Mettere al centro i singoli studenti e le loro attitudini, condividendo la cultura»
Gennaio duemilaventi, dalla Cina continentale giungono notizie di una malattia respiratoria contagiosa e moderatamente pericolosa, nessuno tuttavia adotta particolari misure.
Due mesi dopo, alla fine di febbraio, la situazione inizia a diventare critica anche in occidente e in particolare qui in Italia. Dal 24 febbraio le scuole frequentate da milioni di studenti del nord Italia sono chiuse, misura precauzionale per prevenire una ulteriore diffusione dell’epidemia.
Passano le settimane, la misura si dimostra insufficiente: l’epidemia è ormai divenuta pandemia e il governo si trova costretto a chiudere le scuole di ogni ordine e grado in tutto il paese.
Moltissime e moltissimi di noi, nelle rispettive realtà, si sono inizialmente ritrovati in una situazione caotica e del tutto nuova. All’inizio vi è stato un sensibile rallentamento nella didattica, motivato dall’impreparazione e dall’ancora forte speranza in un vicino ritorno in classe. Nelle settimane successive tuttavia, mentre la speranza si affievoliva, le diverse scuole hanno gradualmente cercato di ripristinare le attività didattiche: affidandosi a nuove piattaforme che offrissero un surrogato virtuale della classe fisica, diffondendo materiali e dispense e ovviamente pianificando video lezioni sincrone (ovvero in diretta) e asincrone (ovvero registrate). Si è cercato, per quanto possibile, di ripristinare almeno un briciolo della normalità ormai persa, con l’impegno incessante sia degli insegnanti, che con dedizione si sono applicati per apprendere nuove metodologie di trasmissione della conoscenza basate sugli strumenti digitali; che dei ragazzi che con determinazione seguono le lezioni, svolgono quanto assegnatogli cercando, per quanto più impegnativo data la distanza, di stare al passo. Da entrambe le parti si è manifestato un senso di “resistenza” e solidarietà umana che sicuramente giovano ampiamente nella condizione attuale.
Questa transizione non è tuttavia esente da problematiche, riscontrate sia da alunni che da professori. Trascorrere diverse ore di fronte a uno schermo, ogni giorno, ininterrottamente, è più faticoso che assistere alle lezioni frontali. Inoltre è più difficile mantenere l’attenzione, non trovandosi fisicamente nella classe (il luogo prediletto per l’apprendimento), e avendo una barriera tra sé e l’insegnante ma anche tra sé e gli altri. Le lezioni in diretta infine, per quanto concerne molte discipline, tendono a veicolare meno contenuti o a veicolarli meno efficientemente, mentre, per quanto riguarda altre discipline, queste finiscono per essere particolarmente dense. È quindi evidente che la didattica a distanza si presta meno all’insegnamento di talune discipline e che il monte ore potrebbe venire ridotto vista la maggiore efficienza che ha caratterizzato alcune materie e cercando anche di favorire lezioni più concise e curate per quanto riguarda quelle con cui si concilia peggiormente.
Ulteriori dubbi tuttavia sorgono in merito alle metodologie di valutazione classiche che, trasposte digitalmente, vacillano: è infatti molto più facile barare per gli studenti che vengono sottoposti a prove scritte od orali – metodologie di verifica che costituiscono dei veri e propri pilastri per quanto riguarda le essenziali valutazioni delle competenze – ammesso che non si attui un invasivo sistema di controllo dei ragazzi.
Durante questi mesi si sono verificati poi problemi di carattere tecnico che hanno riguardato sia il singolo, che gruppi di persone che la scuola stessa o i docenti. Infine, tutti coloro che per motivazioni socio economiche si trovano a non disporre degli appositi strumenti o non hanno la possibilità di assistere alle lezioni, si sono trovati in una condizione di svantaggio ben ulteriore a quello dei compagni. Nonostante tutto, però, l’anno scolastico è oramai quasi al suo termine, e anche i programmi sono stati grossomodo portati a termine nonostante i dovuti accorgimenti. Restano ancora incogniti i dettagli dello svolgimento dell’esame di stato e un dettaglio cruciale: la durata delle misure di quarantena e distanziamento sociale. Vi è il rischio infatti che a settembre non sia concesso il rientro nelle aule, il che lascia numerosi interrogativi.
Raccolte le opinioni di alcuni studenti della mia scuola ho potuto evincere che in molti hanno saputo sfruttare al meglio la didattica a distanza, in gran parte condividendone le modalità e lo spirito. Altri tuttavia, nonostante siano riusciti o abbiano provato a trarne il meglio, pensano che questa situazione eccezionale e le costrizioni a cui ha portato, avrebbe potuto fungere da germe di una rivoluzione nella scuola e per la scuola. Una rivoluzione nei metodi volta a riportare al centro l’apprendere, il costruire e il rapporto alunno-docente. Senza voler recriminare l’impegno messo in campo dalle istituzioni scolastiche fino ad oggi, si potrebbe tentare di sfruttare i mesi venturi – dovessimo trovarci ancora in quarantena o meno – per esplorare nuove metodologie di apprendimento, più orientate verso il singolo soggetto e le sue particolari attitudini, in cui il sapere non sia trasmesso ma costruito mediante dialogo e percorsi più vicini a ogni individualità. Si potrebbero tentare inoltre nuove metodologie di verifica, che stimolino l’alunno a esprimersi ed estrinsecare le sue conoscenze, che non lo vedano costretto a imparare a memoria e controvoglia solo per rispettare delle scadenze. Avere come obiettivo una scuola più scuola, dove il sapere sia costruito, galvanizzato e non banalmente trasmesso; un luogo dove le sue persone tornino a essere al centro e dove si attui una più proficua condivisione della cultura, che non sia sottoposta a “logiche di profitto” aziendalistiche. —
Giacomo Maria Cerreto
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