«A San Bernardino arrivò anche il duce Ora è una comunità che non esiste più»
Dimmo Olivi e la sua ultima ricerca di storia locale In vendita in edicola, il ricavato va alla lotta al coronavirus
NOVELLARA
“La storia di San Bernardino” è un libro scritto dal ricercatore Dimmo Olivi, dedicato alla piccola frazione di Novellara situata sul lembo occidentale del suo territorio. Il volume è il risultato di anni di ricerche, con consultazione, da parte di Olivi, di saggi di storia locale, articoli di stampa e fonti archivistiche secolari custodite all’archivio storico di Novellara.
La realizzazione del libro è stata resa possibile grazie al patrocinio del Comune di Novellara e con il contributo del Circolo ricreativo aperto novellarese.
Il libro si trova in vendita a 10 euro nelle edicole di Novellara. Il ricavato è devoluto al fondo comunale per la lotta al coronavirus.
Olivi ha prodotto una meritevole ricostruzione microstorica e socioculturale di una piccola comunità locale, svelando avvenimenti, personaggi e costumi che inevitabilmente sfuggono alla lente della grande storia.
Il libro passa in rassegna cinque secoli di storia, fino al dopoguerra. Dopo millenni di paludi inospitali e inabitate, “Terreni Nuovi” fu il primo nome dato al luogo emerso dall’inalveamento del vicino Crostolo, nel 1500, a seguito delle bonifiche volute dal ramo novellarese dei Gonzaga, che poi divennero proprietari di tutti i fondi agricoli.
Poi Olivi spiega come grandi eventi (tra cui l’epoca napoleonica, il Risorgimento, i moti del 1848, il Regno d’Italia e le guerre mondiali) siano stati vissuti e interpretati a San Bernardino.
Olivi, nella dedica del libro alla maestra sambernardinese Fosca Soprani, scrive che quelli nati a San Bernardino «sono afflitti da una passione triste, simile a quella degli esuli».
Nella prefazione, scrive anche che «San Bernardino è un paese che non esiste più».
Da dove nasce questo sentimento?
«È un sentimento che appartiene a chi ha vissuto in quella comunità, e siccome quella comunità è scomparsa, prova un senso di rimpianto o di nostalgia».
Cosa ha San Bernardino di diverso rispetto alle frazioni che le stanno vicino, come San Rocco di Guastalla o Meletole di Castelnovo Sotto?
«La comunità di San Bernardino ha avuto una formazione particolare, diversa dalle altre: era una comunità unita e chiusa, dove le relazioni sociali avvenivano in prevalenza al suo interno. Per usare un termine attuale, direi che era una comunità connessa con la sua economia e il suo territorio: la chiesa, il cimitero, la scuola, l’osteria, erano tutti luoghi della comunità; fino alla mia generazione, persino il canale era un luogo del divertimento, dove andavamo a fare il bagno. Il territorio era il luogo dove si viveva e si lavorava, in campagna».
Come è evoluto il suo tessuto sociale nei secoli?
«Quasi tutti gli abitanti erano mezzadri o braccianti in un territorio dominato dai grandi latifondi: prima i Gonzaga, poi altri possidenti facoltosi, tutti provenienti da fuori, senza legami con la comunità. San Bernardino ha avuto anche il limite d’essere una comunità chiusa, refrattaria al cambiamento, e per questa ragione ha conosciuto una sola epoca: quella rurale. Quando è arrivata la modernità, non ha saputo adattarsi e si è dissolta. La storia di San Bernardino insegna che, quando la società si separa dall’economia e dal territorio, le comunità muoiono. Rimangono i ricordi e i sentimenti forti, perché forte è stata l’identità che li ha generati».
Cosa c’è di inedito nel libro?
«Tra le storie inedite, cito la visita del duce a San Bernardino, avvenuta nell’ottobre del 1926. Mi ha sorpreso perché, quando Mussolini si muoveva, spostava le masse, e in quel caso non erano presenti nemmeno i gerarchi di Novellara. Mi sorprese perché quella storia è stata completamente rimossa dai novellaresi. Nessuno ne ha mai parlato, nemmeno i libri pubblicati sull’epoca fascista. Fu un buco nero nella storia di Novellara. Anche la fotografia è inedita».
Dello stesso autore si è parlato di recente per “Storia, storie e storielle dell’Ottocento a Novellara”, pubblicato da Dimmo Olivi nel 2016, dopo anni di ricerche all’archivio storico locale.
Nel volume è raccontata, tra le varie cose, anche la doppia epidemia di colera che nel 1835 prima e nel 1855 poi aveva ammorbato il paese della Bassa reggiana, e più in generale tutta la provincia e la città di Reggio Emilia.
Anche con questo volume Olivi regala un tuffo nel passato locale ricco di suggestioni e analogie con i giorni dell’attuale pandemia che stiamo vivendo. —
Alessandro Cagossi
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