Coronavirus: guarito dopo 48 giorno don Nicelli, numero due della diocesi
Il vicario generaleha scoperto di aver contratto il Covid il 16 marzo: «Ho pregato e ho avuto paura, soprattutto della solitudine: la malattia ti cambia»
reggio emilia
Vicario generale e moderatore di curia dal 2013, sovrintendente a molti importanti uffici, don Alberto Nicelli è di fatto il numero due della diocesi di Reggio Emilia e Guastalla. Ma ad aiutarlo più di ogni altra cosa durante le lunghe settimane di positività al Covid è stata la fede e, come per moltissimi altri malati, la sensazione di non sentirsi da solo. Una malattia, quella del vicario, mai pubblicizzata per evitare che diventasse un caso a discapito delle altre migliaia di reggiani che stavano lottando contro il Coronavirus.
Quando ha scoperto di aver contratto il virus?
«I sintomi si sono presentati improvvisamente. Da qualche giorno avevo molta stanchezza ma il momento vero e proprio in cui ho capito è stato una serata di brividi che alla fine erano dovuti alla febbre a 39 che mi ha accompagnato per alcuni giorni. Era il 16 marzo, i giorni peggiori per l’epidemia, e abitando in seminario a 200 metri dall’ospedale sentivo decine di ambulanze ed elicotteri. La mia paura peggiore era soprattutto quella di dover ricorrere all’ospedale, ma non perché non mi fidassi ma perché non volevo vivere la malattia in solitudine».
A quel punto cosa ha fatto?
«Ho coinvolto la mia dottoressa la quale mi ha tenuto monitorato momento per momento per 48 giorni, tanto è durato il mio isolamento. Dopo 5 giorni la febbre è sparita completamente ed è iniziata la cura. Dopo 9 giorni stavo già bene ma mi tenevo continuamente monitorato sulla questione della saturazione di ossigeno nel sangue, ma fino a Pasqua sono stato fra letto e poltrona».
L’isolamento com’è andato? Quali erano i suoi pensieri?
«Rendendomi conto, tra virgolette, della fortuna che avevo a vivere bene anche questo momento, pensavo alle tante persone che morivano e soprattutto a quelli che erano negli ospedali da soli, senza il conforto dei loro cari. Quello che potevo fare era pregare per loro, affidavo al Signore i defunti e chiedevo di essere vicino a quelli che stavano lottando per vivere. Queste erano le mie armi».
Spiritualmente questa vicenda l’ha toccata? Ha avuto paura?
«Mi sono affidato a Dio e sapevo che tanti pregavano per me, anche se non ho mai dato la notizia per evitare di diventare un caso. Vivendo in seminario completamente isolato, avevo solo contatti con la dottoressa e il rettore del seminario che mi portava i pasti, lo stesso vescovo mi telefonava spesso».
Quando è tornato alla normalità? E com’è stato?
«L’emozione del secondo tampone negativo, quando ti senti dire che sei guarito, psicologicamente è una bellissima sensazione. Però tu parti dall’idea che è fatta e torni fuori ma ora sono 10 giorni che ho ripreso il mio servizio e ho ancora dei momenti di stanchezza. La malattia lascia dei segni».
Si sente cambiato dopo aver affrontato questa esperienza?
«Sì, come credo abbia cambiato tanti. Il pericolo è di dimenticarci e per quello che mi è possibile vorrei evitare che anche altri lo facciano. Io con la mia fede credo anche di avere avuto tanto tempo per pregare e per affidarmi al Signore, cosa che nella vita frenetica che a volte facciamo si tira via, si è portati a giustificarsi. Spero che rimanga il pensare che alla fine il mondo va avanti comunque e io son chiamato a metterci il mio tassello senza voler strafare. Non dobbiamo lasciarci condizionare oltremodo da questa vicenda ma nemmeno prenderla sotto gamba». —
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