Aemilia riparte, la paura frena l’afflusso
Presenti solo una quarantina di avvocati, rispettata la capienza antivirus nell’aula-bunker. Cronisti fuori, l’Ordine protesta
Tiziano Soresina
REGGIO EMILIA
Dopo tante polemiche una maniera per far ripartire il maxiprocesso d’appello di Aemilia è stata ieri trovata nell’aula-bunker del carcere bolognese della Dozza.
Una grossa mano, in tal senso, l’hanno data sia il timore del rischio-contagio da Covid in un procedimento affollato come quello, sia l’incertezza che da giorni regnava sul riavvio dei lavori processuali. L'aula-bunker, allestita per ospitare il maxi-processo di 'ndrangheta con 120 imputati, può contenere, perché sia assicurata la sicurezza antivirus, al massimo 50 persone, secondo le stime fatte dopo un'ispezione sanitaria. Ma nelle prime udienze, prima della pandemia, il numero di presenti era circa il triplo, tra magistrati, avvocati, imputati, cancellieri, tecnici, forze dell’ordine e giornalisti. La Corte aveva chiesto ai difensori di dire – con 5 giorni d’anticipo – chi fra legali e imputati intendesse essere in aula e la “quota sicurezza” pareva ampiamente superata, visto che si prospettavano almeno 200 presenze. Invece ieri mattina si sono presentati solo in una quarantina di avvocati (e due imputati a piede libero), fra cui alcuni di parte civile che poi se ne sono andati, lasciando in rappresentanza solo uno di loro. E nel giro di un’ora l’aula si è riempita con il numero fissato dalle norme sanitarie, per la precisione 47 posti, a cui vanno aggiunte le forze dell’ordine e due detenuti nei “gabbioni”. All’ingresso a tutti è stata controllata la temperatura con il termoscanner, inoltre i partecipanti hanno dovuto compilare un’autocertificazione in cui dichiarano di non avere sintomi da Coronavirus e di non essere stato a contatto con persone contagiate. Poi obbligo di mascherina, disponibilità di gel disinfettante, in ogni fila di banchi non più di tre persone. Misure che non hanno convinto diversi difensori che l’hanno rimarcato in udienza. «La gestione dell’utenza di fronte all’emergenza sanitaria – dirà al termine l’avvocatessa Maria Battaglini – è stata approssimativa e non ha consentito in aula di essere sereni sulla propria sicurezza».
Essendo assente la stragrande maggioranza dei difensori, sono stati sostituiti dai colleghi presenti. Poi si è entrati nel vivo delle questioni preliminari, fra cui quella avanzata dalle difese di illegittimità costituzionale della norma che prevede il collegamento dell’imputato detenuto all’aula in videoconferenza, mentre l’accusa ha chiesto l’acquisizione di alcune sentenze passate in giudicato e la sospensione dei termini di custodia cautelare a causa della complessità del maxiprocesso (su questo “nodo” i difensori sono contrari). Su tali richieste la Corte prenderà oggi una decisione. Già stralciata all’11 giugno, invece, la posizione di Giuseppe Iaquinta che essendo al momento in isolamento nel carcere di Voghera, non può videocollegarsi con l’aula e seguire le udienze.
Da rimarcare il “no” alla presenza di cronisti in aula: una decisione presa dalla Corte per garantire il distanziamento sociale e la prevenzione del contagio del coronavirus, vista la capienza ridotta degli spazi disponibibili. Il consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, però, contesta il provvedimento e rimarca: «I giornalisti debbono poter assistere al processo e quindi continuare a documentare all'opinione pubblica, come hanno sempre fatto, le fasi di un procedimento di rilevanza storica per la lotta alla criminalità organizzata nella nostra regione». —
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