«Ascoltati 90 testimoni e indagini condotte a cerchi concentrici»
Dopo l’arresto di Moustapha Bouzendar, sospettato del delitto di Franca Ganassi il tenente colonnello Stefano Bove entra nei dettagli del lavoro degli investigatori
Miriam Figliuolo
SCANDIANO
Oltre 90 testimoni e circa 200 campioni biologici acquisiti per le successive analisi scientifiche alla caccia del profilo Dna corrispondente a quello del presunto assassino. Numeri importanti, ma che dicono ancora poco della complessità del lavoro d’indagine svolto dagli inquirenti sull’omicidio di Franca Silvana Ganassi, avvenuto la sera del 30 dicembre 2005, che ha portato in carcere in Marocco il 44enne Moustapha Bouzendar.
Un’attività che è partita subito dopo il rinvenimento del cadavere della donna nel cortile dei vicini in viale Mazzini 5 ed è proseguita nelle settimane e nei mesi successivi. E non ha mai cessato di andare avanti neppure con il passare degli anni senza che alcun risultato importane questo lavoro caparbio riuscisse a ottenere.
E di caparbietà e meticolosità degli investigatori, non a caso, parla proprio il tenente colonnello Stefano Bove, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Reggio Emilia che al suo arrivo in città, nel settembre scorso, ha ereditato le indagini dai colleghi che lo avevano preceduto e le ha proseguite con il collega tenente colonnello Emilio Bosini, comandante del nucleo investigativo di Reggio. Bove ha assunto l’incarico a Reggio dopo tre anni e mezzo al quartier generale della Nato a Bruxelles, in qualità di aiutante di campo e capo segreteria particolare del rappresentante militare italiano presso i comitati militari della Nato e dell’Ue.
La sua esperienze a Bruxelles le è servite per queste indagini?
«Siamo passati per altri canali, rispetto a quelli militari. Di tipo diplomatico e inerenti i trattati tra l’Italia e il Marocco. Ma avere confidenza con certi ambienti può aiutare».
Oltre ai 200 campioni biologici repertati nel corso degli anni si è parlato di testimoni. Quanti? E dove vi ha portato questa attività?
«Abbiamo ascoltato oltre 90 testimoni, quasi tutti subito dopo l’omicidio. L’attività investigativa si è focalizzata su cerchie di persone via via sempre più ampie. La prima fu quella di chi aveva trascorso con Franca Ganassi le ultime ore ed era rientrato con lei dalla gita a bordo di un pullman. In tutto 40 persone. Furono tutte ascoltate e fu prelevato loro il Dna attraverso i campioni di saliva. Poi si passò alla cerchia famigliare. Qualche giorno dopo, attraverso l’analisi delle celle telefoniche, furono sentite le persone che risultavano essere passate nella zona dell’omicidio, tra loro anche alcuni nordafricani».
Poi venne trovata la borsetta della vittima. Un tentativo di depistaggio?
«Non ci sono elementi per pensarlo. Era il 16 gennaio 2006. La borsetta venne trovata in un terreno vicino a uno scantinato, in via Bosco, che fungeva da moschea. Vennero ascoltati i frequentatori del luogo; tra loro anche chi, si è scoperto poi, inconsapevole che potesse essere l’autore del delitto, ospitò Bouzendar”.
Anche lui frequentava la moschea?
«È presumibile».
E non incappò nei controlli.
«No. Le indagini proseguirono in questo modo fino a oltre il febbraio 2006. Bouzendar rientrò in Marocco proprio in quel periodo».
Poi che successe?
«Dopo un paio d’anni il Ris riuscì a isolare il genotipo del presunto assassino: era di un soggetto nordafricano. Tornammo quindi alle analisi delle celle telefoniche per cercare gli intestatari di utenze di origini nordafricane: molti, nel frattempo, si erano spostati da Reggio Emilia. Li abbiamo cercati e individuati in varie parti d’Italia e abbiamo recuperato i loro campioni biologici. Senza tuttavia trovare quello che cercavamo. Fino a quando siamo stati informati di importanti spunti dal magistrato di collegamento a Casablanca, Alberto Landolfi, in merito alla famiglia megrebina che aveva ospitato il possibile assassino a Scandiano».
Ancora senza un nome?
«Solo con un nome generico. Ma ci siamo messi al lavoro. Abbiamo avviato le attività tecniche sulla famiglia, anche con intercettazioni telefoniche e ambientali. Il soggetto è stato identificato. Abbiamo visto anche la sua pagina Facebook e abbiamo ricostruito i suoi movimenti dall’omicidio a oggi. Per chiudere il cerchio mancava un unico elemento: il suo Dna. Di qui l’attivazione della rogatoria internazionale. Il resto è già noto». —
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