Gazzetta di Reggio

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«In Veneto per fare tanti tamponi ci eravamo preparati a gennaio»

JACOPO DELLA PORTA

Parla il professor Crisanti, che ha ispirato una strategia di successo «I test sierologici? Poco utili per le diagnosi e la sorveglianza» 

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L’INTERVISTA

JACOPO DELLA PORTA

Nella lotta al Coronavirus le Regioni, specie nella prima fase, hanno messo in campo risposte differenti. L’approccio del Veneto è stato definito un modello per la sua capacità di contenere il contagio. Un risultato attribuito alla capacità di fare molti tamponi fin da subito in modo da individuare precocemente i malati e limitare i ricoveri.

A metà aprile in Veneto erano già stati fatti 216mila tamponi. In Emilia-Romagna quel numero è stato comunicato il 7 maggio. Nella nostra regione, come in altre, in principio si faceva affidamento a due laboratori di Roma, che presto si sono dimostrati insufficienti e così, ad epidemia in corso, è stata allestita una rete regionale.

Il professor Andrea Crisanti, microbiologo dell’Università di Padova, che dirige un importante laboratorio, è l’ispiratore dell’approccio veneto e per questo è uno degli esperti più ascoltati in ambito nazionale. Gli abbiamo rivolto alcune domande nel corso di una conferenza stampa organizzata dall’ateneo patavino.

Professor Crisanti, per quale ragione il Veneto è stato in grado di testare fin da subito un maggior numero di persone?

«Noi abbiamo iniziato a prepararci dal 20 gennaio e avevamo già messo a punto un test, già preparato i reagenti, eravamo pronti dal punto di vista logistico nel caso fosse aumentata la domanda. Nel mio laboratorio siamo riusciti a passare rapidamente da 50 test al giorno ai 1.500. Adesso siamo a 3.500 e dovremmo arrivare a 6.000 entro la prossima settimana. Probabilmente potremo farne 12.000 al giorno a giugno (a Reggio Emilia ne sono stati eseguiti complessivamente 15mila, ndr). Il presidente Luca Zaia ha detto che si arriverà a 30.000 in Regione. Abbiamo fatto investimenti e appena abbiamo capito che era la strada giusta siamo andati avanti. Abbiamo anche scelto fin da subito di produrre noi i reagenti».

Lei ha chiamato il governatore Zaia a gennaio, perché altri esperti non hanno dato l’allarme prima e non hanno chiesto alla politica di prepararsi?

«Dipende anche dalle circostanze. In Veneto da cinque anni siamo alle prese con l’epidemia di West Nile. Le altre regioni non avevano epidemie da 70 anni e non erano attrezzate dal punto di vista territoriale. I Paesi stranieri che hanno risposto meglio, come il Medio Oriente, sono quelli da tempo esposti a varie epidemie. In Italia solo la nostra struttura era attrezzata».

Le Regioni hanno impiegato tempo a sviluppare la rete dei laboratori di analisi.

«L’epidemia richiede risposte rapide ma creare un laboratorio, con i suoi aspetti logistici, non può essere fatto subito. Un mese può sembrare tanto durante un’epidemia ma in tempi normali sarebbe una cosa assolutamente fantastica».

Nella fase iniziale sono mancate competenze adeguate?

«Sa qual è il vero problema? Essere un virologo, un microbiologo non significa avere competenze per gestire l’epidemia. Come se si chiedesse a un meccanico di fare l’urbanista. Il virologo studia il carattere molecolare, come funziona il virus. Ma l’epidemia si affronta con competenze di sanità pubblica, genetica, biologia... Purtroppo le persone che hanno portato l’Italia fuori dalla malaria, il tifo e il colera sono tutte morte e questo settore della scienza non è più stato molto coltivato».

Ora si parte in Emilia-Romagna con una grande campagna di screening epidemiologico tramite test sierologici. I privati e le aziende possono accedere ai test. Lo ritiene utile in fase due?

«Una persona negativa al test sierologico può essere infetta. Una persona positiva al test può essere sana. Qual è dunque il valore diagnostico? Questi test sono uno strumento importante dal punto di vista epidemiologico, hanno però un basso valore diagnostico e un valore nullo per la sorveglianza».

In presenza di anticorpi però si farà il tampone. Anche in Lombardia hanno adottato questo approccio: test sierologici aperti ai privati e, in caso di positività, tampone di conferma.

«La ritengo una cosa priva di senso e razionalità. Come si può fare sorveglianza attiva con uno strumento che fotografa il passato? In Veneto si potrà fare il tampone anche privatamente con il ticket».

A Milano hanno costruito un mega-ospedale in pochi giorni che pare essersi rivelato inutile.

«Fin dall’inizio ho avuto divergenze con dei colleghi. Ho sempre ritenuto che l’epidemia si vince sul territorio e ogni letto in rianimazione è una sconfitta. Nelle prime settimane abbiamo inseguito il virus senza prevenire. Qualcuno pensava che la battaglia si vincesse negli ospedali, un’impostazione che non si è mai vista».

Ottimista sulla fase due?

«Sono realista. Per sperare il meglio bisogna prepararsi al peggio. Avremo probabilmente dei cluster, dei gruppi più o meno concentrati di contagiati e dovremo intervenire per istituire una piccola zona rossa e fare il tampone a tutti. Bisogna anche attrezzarsi a un ritorno del virus dall’estero, visto che l’andamento del contagio nel mondo non è sincrono». —





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