Non ripetiamo gli stessi errori Basta lezioni nelle classi-pollaio
Cinzia Ruozzi, professoressa e consigliera comunale, riflette sulla scuola di ieri e di domani «L’emergenza ci ha rimessi al centro, proviamo ad aprire una fase di cambiamento»
L’INTERVENTO
Cinzia Ruozzi*
L’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro paese ha reso necessari nell’arco di poche settimane provvedimenti essenziali, quanto inediti, atti a non interrompere il percorso di apprendimento.
La scuola italiana ha saputo rispondere prima e meglio di altre istituzioni attivandosi fin dall’inizio dell’epidemia per non sospendere una funzione chiave della democrazia che è il diritto allo studio.
Storicamente la scuola aveva già manifestato la sua capacità di esserci nei momenti di emergenza per esempio affrontando la piaga dell’analfabetismo, aprendo le sue porte all’ingresso dei bambini diversamente abili, gestendo le diverse ondate migratorie prima interne al paese poi esterne. Con uno scatto di volontà, creatività e responsabilità centinaia di insegnanti si sono misurati con una modalità di insegnamento mai sperimentata prima su così larga scala, cambiando il modo di fare scuola, di programmare e di valutare. Nell’arco di un tempo molto breve è accaduta una rivoluzione che ha coinvolto tutti i protagonisti del processo educativo: dirigenti, insegnanti, studenti, educatori, personale Ata, genitori nel far fronte comune alla crisi generata dal Covid. Il processo di insegnamento-apprendimento non si è arrestato ma si è riconfigurato attraverso un complesso di esperienze didattiche che fino a ieri apparivano impensabili. Mentre cominciavano ad essere emanate le prime disposizioni ministeriali, sono state attivate dapprima in forma spontanea, poi via via sempre più capillare, centinaia di video lezioni, videoconferenze, telefonate individuali, chat di gruppo e ciò che sembrava un ostacolo insormontabile è diventato la nostra quotidianità.
Come sosteneva Thomas Samuel Kuhn nel suo famoso saggio “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962) il progresso della scienza prosegue non in ordine lineare ma per salti da un paradigma all’altro e i paradigmi sono osservabili soprattutto quando cambiano. Al netto dell’analogia, che qualcuno potrebbe trovare un po’ forzata, è indubbio che in questa fase di emergenza si siano superate diffidenze digitali e pregiudizi culturali rimettendosi in gioco e riprovando a fare della scuola un luogo di ricerca. Soprattutto nella fase iniziale, quella più confusa ed esitante, la scuola ha espresso tutta la sua vitalità migliore in un incremento di conoscenze e immaginazione. Sarebbe molto interessante, al fine di colmare quel deficit di documentazione che da sempre contraddistingue la scuola italiana, che qualcuno si occupasse di raccogliere le esperienze più significative di questa stagione di spontanea innovazione e rimodulazione didattica e disciplinare, ma so già per esperienza che a nessuno interessa documentare e capitalizzare il sapere che si produce a scuola, come se ciò che è inerente al campo dell’esperienza, del fare quotidiano fosse qualcosa di imperfetto, di troppo umile rispetto alla purezza, all’altezza delle teorie pedagogiche e didattiche. È stato vissuto un momento importante di ricerca pedagogica che andrebbe riconosciuto, valorizzato e capitalizzato per il futuro e credo che in questo frangente anche le famiglie abbiano avuto maggior consapevolezza del lavoro sommerso di preparazione e correzione che gli insegnanti svolgono da casa.
Al di là della contingenza, la didattica a distanza potrebbe essere uno strumento integrativo da affiancare alla didattica in presenza, una risorsa da estendere a tutte le scuole per supportare alunni ospedalizzati o costretti a restare a casa per motivi di salute, ma non solo, potrebbero essere recuperati anche altri aspetti interessanti (mi riferisco prevalentemente all’area delle scuole superiori): la rottura del rito spiegazione-interrogazione, l’attività dei gruppi di progetto, la riflessione sulle competenze, le forme di responsabilizzazione individuale degli alunni, il supporto dei contributi culturali reperibili in rete. Allo stesso modo le attività collegiali della scuola svolte in questi mesi nella modalità telematica si sono rivelate possibili e percorribili. Seminari di formazione, consigli di classe, collegi docenti, riunioni di dipartimento o di organi collegiali potrebbero alternativamente svolgersi a distanza o in presenza limitando la mobilità e l’inquinamento e consentendo una miglior conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
Con questo non voglio dire che la didattica a distanza, di cui abbiamo sperimentato pregi e difetti, possa sostituire la classe e l’attività in presenza. La classe resta il luogo privilegiato della vita della scuola, il perno di una didattica fatta di corpi, di quel tanto di imprevedibile e fortuito che solo la relazione personale consente ed è proprio il valore aggiunto della socialità che è mancato ai nostri studenti, stupiti essi stessi di provare nostalgia delle “noiose” mattinate scolastiche, quella socialità che è mancata come l’aria anche al personale della scuola. Credo però che sia importante provare a trasformare l’emergenza in occasione per aprire una fase di cambiamento.
Già ora pensando alla riapertura a settembre ci si accorge degli errori del passato. Con le classi pollaio a 30 alunni non si può tornare in classe. Come più volte denunciato da studenti, docenti, genitori con quei numeri non si poteva fare una buona didattica nemmeno prima. Le strutture sono carenti, inadatte a una scuola moderna e sicura, poiché sull’edilizia scolastica questo paese non investe dagli anni ‘70. La didattica a distanza stessa rischia già di diventare la brutta copia della scuola in presenza con le stesse rigidità e forme di burocratizzazione. C’è dunque molto lavoro da fare e molto da imparare per non ripetere gli errori di valutazione del passato. Detto ciò voglio ricordare come la scuola reggiana di ogni ordine e grado, dalle scuole dell’infanzia alla secondaria di secondo grado abbia dato prova ancora una volta della professionalità e del forte impegno etico che la contraddistinguono. Come ha dichiarato in un’intervista alla Gazzetta il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale Bruno di Palma, il 100% delle scuole di Reggio Emilia ha attivato forme di didattica a distanza. Ciò è stato reso possibile dall’investimento di un milione di euro fatto dal Comune di Reggio Emilia negli anni scorsi in fibra pubblica, che ha connesso tutte le scuole dai nidi all’università. Sono poi arrivati i fondi stanziati dal decreto “Cura Italia” del Governo per dotare le scuole di piattaforme digitali, per l’acquisto di tablet e pc da destinare agli alunni bisognosi in comodato gratuito e per la formazione dei docenti che complessivamente ammonta a 701.500 euro per la nostra provincia, e i fondi della Regione che ha integrato con l’acquisto di 327 schede prepagate e uno stanziamento di 450 mila euro per pc e tablet, lo stanziamento di Unindustria di 300 tablet, l’impegno del Comune. Tutte misure che vanno nella direzione di garantire l’istruzione e contrastare le disuguaglianze e la dispersione che in questa situazione possono aggravarsi.
In una situazione senza precedenti nella storia repubblicana, mentre la reclusione sociale si faceva sempre più stringente, la comunità scolastica reggiana ha dunque assolto al suo primo compito: quello di essere un punto di riferimento per la crescita e la formazione umana, mantenendo vivo il dialogo e la partecipazione degli studenti e delle famiglie. Certo la scuola a distanza non è la scuola della Costituzione, come ha giustamente scritto il mio amico Giuseppe Caliceti, ma in un’ora buia della storia del Paese ha resistito nel continuare ad applicare la Costituzione. Concludo con il mio personale ringraziamento al mondo della scuola, del quale ho l’onore di far parte, per il contributo professionale, il senso civico e l’abnegazione dimostrati. —
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