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Regioni, cinquant’anni sempre in salita Tra voglia di autonomia e fiato corto

luigi vicinanza
Regioni, cinquant’anni sempre in salita Tra voglia di autonomia e fiato corto

Previste già dalla Carta costituzionale, vennero istituite con ventidue anni di ritardo su spinta del Partito comunista Le tensioni sulla gestione della pandemia l’ennesimo segnale di difficoltà: storia di un modello mai decollato

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l’analisi

luigi vicinanza

Cinquant’anni e mostrarli tutti. Il regionalismo italiano arriva acciaccato e con il fiato grosso all’appuntamento con il mezzo secolo di attività. Era il 1970 quando per la prima volta nella storia repubblicana si votò per eleggere i consigli regionali delle 15 regioni a statuto ordinario. Il 7 e l’8 giugno il popolo degli elettori affollò i seggi; votarono - per qualcosa che non era ancora chiaro nella sua concreta funzione - più di 28 milioni e mezzo di italiani, pari al 92,4 per cento degli aventi diritto. Con il picco del 96,6 per cento in Emilia Romagna.

Dall’entusiasmo e dalle speranze di allora al disincanto e agli interrogativi del tempo presente. L’epidemia di coronavirus ha fatto esplodere tensioni covate da oltre un ventennio tra le varie aree del Paese. Mentre ha accentuato il protagonismo dei governatori ha anche dimostrato la fragilità di un sistema sanitario replicato in venti modi diversi. Sono esplosi conflitti di competenza e di autorità tra Roma e le altre capitali regionali in un crescendo di contrasti. Tutti contro tutti. «Nell’agenda politica dei prossimi mesi dovrebbe esserci una profonda riflessione del regionalismo. Cioè su come funziona oggi l’Italia» ha scritto sul “Mattino” di Napoli il meridionalista Gianfranco Viesti. Dal Nord Est, su “Repubblica”, il politologo Ilvo Diamanti controbatte: «La ragione del consenso verso l’autonomia riflette la sfiducia verso lo Stato». Per poi insistere: «L’autonomia territoriale, in particolare regionale, è considerata una sorta di autodifesa verso lo Stato centrale».

Anche in quel lontano 1970 si arrivò al varo delle Regioni dopo un lungo travaglio politico. L’ente regionale era previsto in Costituzione già dal 1948. Ci vollero 22 anni perché prendesse forma. I comunisti insistevano per averle perché speravano così di allargare la sfera di influenza del “socialismo municipale” nei territori a loro più fedeli. I democristiani, inizialmente favorevoli, ne rallentarono la nascita temendo appunto il contagio comunista. Poi acconsentirono quando intravidero nel sistema delle regioni uno sbocco alle ambizioni di carriera politica e di esercizio del potere per parte del notabilato locale.

Al voto del 7-8 giugno si arriva in un clima di grandi sommovimenti sociali. L’autunno caldo del 1968 porta in dote al movimento operaio lo Statuto dei lavoratori, entrato in vigore il 2 maggio 1970, una conquista sindacale fortemente voluta dal ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini. Ma il 1970 è anche l’anno dell’introduzione del divorzio in Italia; la legge stilata dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini entra il vigore il 1 dicembre. È l’anno dei tre governi. La campagna elettorale si svolge sotto gli occhi del presidente del consiglio Mariano Rumor, un democristiano alla guida di un governo di centro-sinistra, il Rumor III che durerà appena 131 giorni, dal 28 marzo al 6 agosto. Era stato preceduto dal Rumor II, un monocolore Dc. Anche allora le maggioranze mutavano ma il capo del governo restava in sella. Rumor poi sarà sostituito da un altro esecutivo di centro-sinistra guidato da un altro democristiano, Emilio Colombo. Con il socialista Francesco De Martino vicepresidente con entrambi.

I risultati elettorali, dunque. Primo partito, come sempre in quegli anni, è la Democrazia Cristiana con 10 milioni di voti pari al 37,9 per cento; con un arretramento di poco più di un punto rispetto alle politiche di due anni prima (39,1%). Avanza il Partito comunista: sette milioni e mezzo di voti equivalenti al 27,8 per cento, quasi un punto in più rispetto alle elezioni del 1968 (26,9%).

Erano anni, quelli della Prima Repubblica, in cui gli spostamenti di uno-due punti percentuali rappresentavano un sommovimento. Terzo il Partito socialista con poco meno di due milioni di voti pari al 7 per cento: due anni prima si era presentato unificato al PSDI mentre le regionali del 1970 sanciscono l’ulteriore scissione del mondo socialista. All’estrema destra il MSI con 1 milione 400mila voti e il 5,2 per cento, in crescita sulle politiche (4,4%). In questa tornata compare per l’ultima volta un partito monarchico, il PDIUM, i cui esponenti di spicco erano un nostalgico Alfredo Covelli e un Berlusconi ante-litteram, cioè Achille Lauro, ricco armatore ed editore napoletano (dal quale il vistoso rapper del festival di Sanremo ha solo preso in prestito il nome): i monarchici con 195mila voti (0,72%) riescono a portare a casa due consiglieri regionali, uno nel Lazio e l’altro in Campania. Miracolo della legge elettorale proporzionale, uguale, a differenza di oggi, in tutte le regioni al voto. Completano il quadro di quella tornata PSDI, PLI, PSIUP e PRI.

La cartina d’Italia si tinge di rosso in Emilia-Romagna (dove il PCI tocca la vetta del 44%), Toscana e Umbria. E resterà così per il mezzo secolo successivo: solo l’Umbria ha cambiato colore per la prima volta sette mesi fa, ottobre 2019. Nelle altre dodici regioni domina la Dc con un record in Veneto (51,9%). In Liguria l’unico testa a testa con lo Scudocrociato vittorioso per diecimila voti: DC 32,1 per cento e 14 seggi, PCI 31,3 e 13 seggi.

In un Paese in bilico tra rinnovamento e conservazione il voto fu interpretato dalla dirigenza comunista come la conferma della “strategia delle riforme come strategia delle alleanze”, anticipatrice dei successi della metà degli anni 70. «Si è sbarrata definitivamente e positivamente la strada, e sono stati respinti tutti i tentativi che, dal novembre 1969 in poi, le destre interne ed esterne al quadripartito hanno messo in atto per prendersi una rivincita sulle elezioni del maggio 1968, sull’autunno caldo e sulle sue conquiste» scrive in una nota riservata Antonio Tatò a Enrico Berlinguer, allora vice-segretario nazionale del PCI. Diversa la lettura del voto dei leader DC Rumor e Forlani secondo i quali si trattava di una conferma della politica del governo di centro-sinistra. Con il proporzionale stabilire chi vince e chi perde è sempre un esercizio cabalistico.

Ma appena dieci giorni dopo, il 17 giugno, non ci saranno dubbi sul risultato. Gli italiani si riuniscono davanti alle tv in bianco e nero: nello stadio Azteca di Città del Messico si gioca Italia-Germania, semifinale della coppa del mondo. Con in campo “i dioscuri Mazzola e Rivera” (copyright Gianni Brera) si celebra il mitico 4 a 3. Un epico batticuore. E si urla a squarciagola forza Italia. Senza equivoci né imbarazzi, perché mezzo secolo fa la politica era ancora la politica e il calcio il calcio. —



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