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Il boss chiede la ricusazione di due giudici

Aemilia ’92: Grande Aracri ritiene incompatibili De Luca e Guareschi per essersi già espressi sul “no” alla sua scarcerazione

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REGGIO EMILIA

Nuovo colpo di scena nel processo in Assise – sugli omicidi in odore di 'ndrangheta del 1992 – che ieri è ripartito dopo lo stop imposto dall'emergenza Covid-19. Il presidente Dario De Luca ha annunciato che Nicolino Grande Aracri – tramite i difensori Gregorio Viscomi e Filippo Giunchedi – ha avanzato un’istanza di ricusazione nei suoi confronti e verso il giudice togato a latere Silvia Guareschi. A essere sollevata è una incompatibilità dei giudici che qualche giorno fa, insieme al presidente del tribunale – Cristina Beretti – hanno respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dal boss, detenuto al 41 bis, in ragione delle sue precarie condizioni di salute che lo renderebbero particolarmente esposto al rischio di contrarre il Covid-19. Aver deciso per la permanenza in carcere dell’imputato, secondo i due legali, costituirebbe in sostanza una sorta di «anticipazione del giudizio» del processo in corso. Sulla questione si esprimerà la Corte d’appello di Bologna anche se, sottolinea De Luca, il nodo non interferisce con lo svolgimento del processo, eventualmente inficiato solo prima dell’emissione della sentenza. Altro passaggio tecnico di rilievo è l’accoglimento della richiesta di sospensione dei termini di custodia cautelare per gli imputati, in ragione del perdurare dell’emergenza sanitaria, che il pm Beatrice Ronchi ha formulato il 13 dicembre scorso.

Sempre l’accusa ha proseguito poi la sua requisitoria, contestualizzata in 35 anni di storia della ’ndrangheta tra Calabria, Emilia Romagna e Lombardia, nonché centrata sui due omicidi avvenuti nell’autunno del 1992 a Reggio Emilia e Brescello, con vittime Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero. Delitti (per la Dda di Bologna aggravati dal metodo mafioso) per cui sono alla sbarra oltre a Grande Aracri anche Antonio Lerose, Angelo Greco e Antonio Ciampà. Riprendendo il filo dell’ultima udienza in cui aveva rimarcato l’attendibilità del pentito Angelo Salvatore Cortese, il pm ora si concentra sulla figura di Antonio Valerio. «Che non è, non dimentichiamolo, un collaboratore di giustizia, ma il collaboratore di giustizia, centrale nel maxi procedimento Aemilia». Al punto che le motivazioni delle due sentenze «epocali» emesse in primo grado il 31 ottobre 2018, si aprono proprio con alcune sue dichiarazioni. Quelle, ricorda Beatrice Ronchi, in cui si definisce la cosca emiliana «autonoma, evoluta e tecnologica» e la provincia reggiana «sotto stadio di assedio» e in cui parla anche degli omicidi del ’92: «Il marchio a fuoco con il sangue» di Grande Aracri per dimostrare chi comandava al Nord. «Valerio – dice il pm – ha iniziato a collaborare il 24 giugno 2017. E già il 28 giugno ha riferito, di quei fatti, circostanze particolari e non note fino a quel momento, se non a chi fosse stato effettivamente presente». Ma il pentito, che guidò l’auto per l’agguato di Brescello, fece di più. «Si autodenunciò. Anche se non ne aveva bisogno, anche se non era alle strette e l’unico ad accusarlo era stato Cortese nel 2008, con dichiarazioni che rimasero lettera morta per nove lunghi anni». Lo spessore criminale di Valerio (prima vicino ai Vasapollo, poi sempre più legato a Grande Aracri in cerca di vendetta per l’assassinio del padre) ne garantirebbe poi, nell’impianto accusatorio, la credibilità. «Le dichiarazioni di Valerio e Cortese – rimarca la Ronchi che dovrebbe concludere la requisitoria nella prossima udienza – anche se in alcuni punti non coincidono, in realtà si riscontrano». —

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