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Il tempo interno mi ha chiesto di essere ascoltato

Francesca Cilloni
Il tempo interno mi ha chiesto di essere ascoltato

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Francesca Cilloni

Dichiarato ufficialmente concluso il periodo in cui ogni singolo studente d’Italia sperava in un’altra settimana di vacanza: 24 ore non sembrano più 92. In calo i decibel dello stereo del vicino alle 18.00, fagioli, carta igienica, pasta e lievito di birra riappaiono nei supermercati e forse diminuisce il numero di dirette Instagram o di pagnotte sfornate ogni giorno.

La quarantena comincia a vestirsi di normalità e lo spirito di adattamento, così umano, inizia a giocare a nostro vantaggio. Per tanti, ansia, sbalzi d’umore e dubbi sulla propria sanità mentale diventano la normalità. Ci si sente apatici e depressi e qualche giorno dopo si ha voglia di abbracciare forte qualcuno a cui si sono urlati i peggiori insulti qualche ora prima. Addominali tutta la mattina e il pomeriggio vittime perfette della “fame nervosa”, lavarsi le mani dalle 50 alle 100 volte al giorno ma le energie per una doccia mai abbastanza. Però iniziamo a percepire qualcosa dentro. Qualcosa che sentiamo di aver messo a tacere per troppo tempo. Prima della quarantena, il “tempo esterno” scorreva irrefrenabile, mentre il “tempo interno”, quello intimo presente in ognuno di noi, era schiacciato, talvolta annullato dalle nostre stesse vite.

Non abbiamo mai avuto tempo e non abbiamo mai avuto tanto tempo come ora. E adesso? Adesso ci troviamo all’ingresso della casa di una persona che non siamo andati a trovare per troppo tempo e questa non sa se farci entrare o meno.

Quindi rimaniamo sulla soglia. Su quel confine che divide la vecchia quotidianità, esigente e veloce, dalla nuova, quella silenziosa, solitaria, in cui per la prima volta non si ha niente da fare. I pensieri reclamano tutto lo spazio che gli avevamo tolto; il “tempo interno”, pieno di riflessioni su di noi e sulla nostra vita, pretende il controllo ed è qui che ci si accorge di quanto possiamo essere inospitali con noi stessi. Quella stazione radio evitata per tutta una vita, infestata da interferenze, all’improvviso diventa Radio Maria. La sentiamo ovunque, non ci dà tregua, è costante e piano piano diventa parte di noi: la sola alternativa che quel “tempo interno” ci lascia è quella di imparare a conviverci.

Con un tono meno prepotente chiede di essere ascoltato, scoperto e apprezzato nella sua naturalezza.

Ci chiede pazienza, un tempo da dedicargli per fermarci ad osservare tutti i suoi lati più bui, che alla fine non sono altro che i nostri. Per la prima volta qualcosa di esterno ci obbliga a una temporanea paralisi di tutto e ci propone una drastica riforma di noi stessi.

Mettersi a capo della propria rivoluzione sarà un modo per cambiare le cose in futuro, quando torneremo nel mondo là fuori. —





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