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Lo stress del troppo tempo libero e l’ansia di occuparlo

Letizia Pigoni
Lo stress del troppo tempo libero e l’ansia di occuparlo

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Feierabend, una parola tedesca che esprime la serena soddisfazione provata al termine di una dura giornata lavorativa. Sì, quant’è sereno addormentarsi con la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere, il corpo stremato che scivola in un soddisfacente sonno indisturbato da sogni!

Nel brulicante formicaio sociale in cui viviamo, impossessati dalla delirante febbre della produttività, la frenesia è proclamata unico stile di vita possibile, e la noia bandita, un lusso che non ci si può permettere. E più inconsciamente, un rischio che non si vuole correre.

Ma ora questo ci appare più chiaro, ora che siamo costretti a interrompere il nostro smanioso andirivieni, ora che alla fine della giornata ci sembra di non aver concluso nulla, ora che tutti i giorni si ripetono come una cantilena monotona e continua. Ora, quei pensieri scomodi e repressi con tanta insistenza sono liberi di riemergere tra gli spazi vuoti delle nostre agende.

Dall’inizio della quarantena due pensieri contrastanti hanno alternato il loro coro assordante nella mia mente appannata. Uno suggeriva: “Riposati, ora che puoi, non sai quando avrai di nuovo un’occasione simile!”. L’altro ribatteva severo: “Sfrutta il momento, realizza gli obiettivi che hai sempre rimandato quando davi la colpa alla mancanza di tempo!”.

Questo si riassume in un’unica parola, anch’essa tedesca, freizeitstress, ossia lo stress dovuto al tempo libero e all’ansia di occuparlo. Ciò che ritenevo forza di volontà non era altro che il senso di colpa che m’imponeva di alzarmi dal divano e andare a studiare, a correre, a riordinare, a portarmi avanti con le cose da fare, ad affannarmi qua e là.

E io, in una gabbia di pensieri tossici che mi ero costruita da sola, eseguivo qualsiasi cosa per non sentire più quelle voci asfissianti. Ma i sensi di colpa sono una forza che si nutre di sé stessa e cresce esponenzialmente, fino ad insidiarsi coi suoi tentacoli anche nei pochi momenti in cui ci si sente liberi da essi, liberi di non fare niente; e col passare del tempo diventa sempre più difficile distinguere quella voce, ingannevole sicofante, in mezzo ai tanti altri stimoli chiassosi del mondo.

Non è sbagliato in sé il voler essere produttivi, l’uomo si è evoluto proprio grazie alla sua intraprendenza, ma quando l’ossessione per la produttività s’incarna in senso di colpa, occorre prendersi del tempo per trovare una fonte di energia meno nociva, una motivazione spontanea costruita su una genuina scala di valori, con la consapevolezza che riflettere non è mai una perdita di tempo, anche se non siamo più abituati a farlo. —

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